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Notizie a cura di La Stampa.it |
CIVILE e PROCESSO

equa riparazione | 24 Ottobre 2014

Il soccombente ha diritto all’equo indennizzo?

La Corte Costituzionale, con una ordinanza di ben 44 pagine, si è pronunciata sull’equa riparazione per violazione della ragionevole durata del processo, sulla misura dell'indennizzo, nonché sulla limitazione al “valore del diritto accertato dal giudice” senza alcuna ulteriore specificazione o limite.

(Corte Costituzionale, ordinanza n. 240/14; depositata il 22 ottobre)

In particolare, con l’ordinanza n.  240 depositata il 22 ottobre scorso, i Giudici hanno ritenuto manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 2-bis, comma 3, legge n. 89/2001 (“Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell’articolo 375 c.p.c.”), sollevata, in riferimento all’art. 117, comma 1, Cost., dalla Corte d’appello di Reggio Calabria.
Il caso. Facciamo un passo indietro. I giudici calabresi, chiamati a decidere sulla domanda di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo, nel corso di un procedimento avente ad oggetto una domanda di equa riparazione proposta nei confronti del Ministero della Giustizia dalla parte risultata soccombente nel processo presupposto, ha sollevato, in riferimento all’art. 117 Cost., in relazione all’art. 6, paragrafo 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, questione di legittimità costituzionale del comma 3 dell’art. 2-bis legge n. 89/2001.
A parere del giudice, la misura secondo cui l’indennizzo «non può in ogni caso essere superiore al valore della causa o, se inferiore, a quello del diritto accertato dal giudice» violerebbe il parametro invocato «nella parte in cui limita la misura dell’indennizzo (liquidabile in favore della parte che abbia subito un danno per la durata irragionevole del processo presupposto) al “valore del diritto accertato” senza alcuna ulteriore specificazione o limite, comportando in tal modo l’impossibilità di liquidare in alcuna misura un’equa riparazione in favore della parte che, nel processo presupposto, sia risultata interamente soccombente».
Equo indennizzo in favore della parte soccombente? Concentrandosi sul merito della questione, la Corte Costituzionale richiama le sue ordinanze (n. 204 e n. 124/2014), con cui aveva già dichiarato la manifesta infondatezza di un’identica questione di legittimità costituzionale, «sul rilievo dell’erroneità del presupposto interpretativo assunto a fondamento della stessa, atteso che il comma 3 dell’art. 2-bis della legge n. 89/2001», nella parte in cui prevede che la misura dell’indennizzo liquidabile a titolo di equa riparazione «non può in ogni caso essere superiore […] al valore del diritto accertato dal giudice», deve essere inteso nel senso che si riferisce ai soli casi in cui questi accerti l’esistenza del diritto fatto valere in giudizio dall’attore, il cui valore accertato «costituisce un dato oggettivo, che non muta in ragione della posizione che la parte che chiede l’indennizzo aveva nel processo presupposto», con la conseguenza che detta censurata disposizione, contrariamente a quanto ritenuto dai rimettenti, non comporta l’impossibilità di liquidare un indennizzo a titolo di equa riparazione della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, in favore di chi, attore o convenuto, sia risultato, nello stesso, soccombente.