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decreto coronavirus | 26 Marzo 2020

Gli effetti indotti dalla pandemia

di Donato Palombella - Giurista d'impresa

Pensavamo di essere una generazione fortunata non avendo vissuto, diversamente dai nostri nonni, le brutture della guerra. Siamo abituati ad una vita agiata e di relazione ed a muoverci liberamente; per noi non è un problema salire su un aereo e raggiungere l'altro capo del mondo. Almeno fino a pochi mesi fa.  

Ora è la nostra generazione ad essere in guerra, il nostro è un nemico mortale ed invisibile, che colpisce senza che ce ne rendiamo conto, almeno finché non è troppo tardi. Le nostre abitudini, negli ultimi mesi, sono cambiate radicalmente a causa di un virus, per l’esattezza, di un coronavirus, che, come una piaga biblica, si è abbattuta sul Pianeta e non risparmia nessuno. L'unico strumento per cercare di rallentare l'avanzata del nemico è rappresentato dalle misure di contenimento che impongono restrizioni impensabili fino a poche settimane or sono. In questa guerra non siamo soli, anche altri Paesi sono stati colpiti e sono costretti ad adottare misure analoghe alle nostre. Insomma, il mondo è cambiato in pochi mesi!

 

La crisi economica. Ciò che preoccupa non è solo l'aspetto sanitario, i ricercatori di tutto il mondo si sono rimboccati le maniche e stanno lavorando freneticamente per studiare una contromossa, un vaccino capace di contrastare il virus. La pandemia, presto o tardi, sarà arginata, ma il problema non è solo questo. L'emergenza ha reso necessaria la chiusura delle attività produttive; sfortunatamente le regioni più colpite sono quelle che contribuiscono più pesantemente al PIL, ormai in caduta libera. Chiudere i comparti produttivi comporta, a cascata, una serie di conseguenze: blocco degli scambi commerciali; crisi delle piccole imprese non organizzate per il lavoro a distanza; aumento della disoccupazione; impossibilità, per le nuove generazioni, di inserirsi nel tessuto produttivo e, a cascata, ulteriore invecchiamento della popolazione lavorativa e difficoltà sul piano pensionistico; ricorso agli ammortizzatori sociali con conseguente aumento della spesa pubblica; peggioramento della posizione economica dei professionisti (legali e tecnici) già provati dalla crisi economica; diminuzione esponenziale delle entrate tributarie in un periodo in cui il settore pubblico è chiamato ad effettuare massicci investimenti. C'è il rischio che la recessione mieta più vittime della pandemia.

 

La Grande depressione del 1929. C'è il rischio che il sistema economico non tenga scatenando una crisi economica mondiale più grave della “Grande depressione” del 1929 che sconvolse l'economia mondiale. All'epoca il crack ebbe inizio negli Stati Uniti e fu causato dal crollo della borsa valori dopo anni di boom economico, i mercati furono devastati dalla recessione causata da carenza di liquidità. Tutto colò a picco, produzione, commerci, stipendi, entrate fiscali. Il settore industriale statunitense, che aveva fatto da volano dopo la ricostruzione della Grande Guerra, trascinò l'intero comparto; l'edilizia subì un brusco arresto; la produzione agricola accusò un crollo dei prezzi del 50%; la forza lavoro fu messa in ginocchio.

 

La Lehman Brothers. La Lehman Brother, uno degli operatori più importanti presenti sul mercato internazionale dei servizi finanziari, con sedi a New York, Londra e Tokyo, forse è diventata famosa per il più grande fallimento della storia. La bolla finanziaria, scoppiata nel 2008, innescò un “effetto domino” causando il crollo del sistema finanziario e del settore immobiliare a livello mondiale di cui patiamo ancora le conseguenze.

 

Una simulazione profetica. Il 18 ottobre 2019, poco prima che il covid-19 facesse la propria comparsa ufficiale a Wuhan, a circa 11.000 km di distanza, nel cuore di New York, su iniziativa della Bill and Melinda Gates Foundation, del Word Economic Forum e del John Hopkins Center for Heath Security andava in scena l'Event 201. Di cosa si tratta?  In sostanza si simula una pandemia che sarebbe diventata presto realtà. L’epidemia viene scatenata da un nuovo ceppo di coronavirus trasmesso dai pipistrelli ai maiali e, da questi, agli uomini. Il patogeno nasce nelle favelas del Brasile e, trasmesso da persone con sintomi lievi, si diffonde prima in Portogallo, Stati Uniti e Cina, poi a livello planetario. L'allentamento delle restrizioni comporta una nuova diffusione del virus; la pandemia si propaga fino a quando non si scopre un vaccino (non disponibile prima di 12 mesi) o finché l’80-90% della popolazione mondiale non viene esposta, quindi si tramuta in una malattia infantile endemica. Lo scenario ipotizzato si conclude a 18 mesi, con 65 milioni di morti.
La simulazione mostra che la pandemia sconvolge non solo il sistema sanitario, ma soprattutto quello economico e sociale.

 

La pandemia e la crisi economica. La pandemia preoccupa soprattutto per i conseguenti risvolti economici. Il problema è stato studiato da Gordon Lichfield - direttore del Mit Technology Review, la rivista di proprietà del MIT (Massachusetts Institute of Technology), in una ricerca resa nota pochi giorni or sono. Lo studio, intitolato “We’re not going back to normal” (Non torneremo alla normalità), si basa su una simulazione dell’Imperial College di Londra sull'espansione dell'epidemia nel Regno Unito. La ricerca ha convinto gli irriducibili Boris Johnson e Donald Trump ad adottare misure contenitive simili a quelle del nostro Paese.

 

La teoria di Gordon Lichfield. Le conclusioni di Lichfield non sono incoraggianti: “la maggior parte di noi probabilmente non ha ancora capito, e lo farà presto, che le cose non torneranno alla normalità dopo qualche settimana, o addirittura dopo qualche mese. Alcune cose non torneranno mai più”.
Continua sostenendo che "il mondo è cambiato molte volte, e sta cambiando di nuovo. Tutti noi dovremo adattarci a un nuovo modo di vivere, di lavorare e di creare relazioni.”.
Lichifield sostiene che il coronavirus porterà un cambiamento radicale; saremo costretti a riorganizzare totalmente il nostro stile di vita e le abitudini di lavoro. Prima della crisi i genitori passavamo la maggior parte del tempo in ufficio e i figli trascorrevano gran parte della giornata (e, spesso, della nottata) con gli amici, trasformando le mura domestiche in un dormitorio. Con la crisi la situazione si ribaltata. La maggior parte del tempo sarà trascorsa in casa, portando uno stretto contatto tra i familiari.

 

La “spagnola” del 1918. Nel 1918, in piena Grande Guerra, la c.d. “spagnola” decimò la popolazione mondiale causando più vittime del conflitto. Il morbo sparì così come era arrivato, senza una ragione apparente. Ma, sul piano economico e sociale, qual è la differenza rispetto al passato? La differenza risiede nella tecnologia: le nostre abitudini sono caratterizzate dalla presenza della “rete” e dall'uso, ormai abituale, di internet.

 

La shut-in economy. Forse non ce ne rendiamo conto ma il coronavirus ha portato un cambiamento epocale rendendoci totalmente dipendenti dalla rete, utilizzata per lavorare, per mantenere i contatti sociali, per fare la spesa e per mille altre necessità. Si parla già di shut-in economy ovvero di economia legata all'isolamento obbligatorio determinato dalla pandemia e si prevede un boom di servizi a distanza offerti dalla rete.

 

Un nuovo concetto di privacy. Dovremmo rivedere anche il nostro concetto di privacy. Il lavoro a distanza porta inevitabilmente a rendere pubblici i nostri riferimenti (recapito telefonico, cellulare, email). Non manca chi chiede ai propri interlocutori di denunciare la presenza di sintomi influenzali. C'è già chi studia app per monitorare gli spostamenti ed i contatti sociali.
Il Garante, con il parere del 2 febbraio 2020, ha ricordato che il diritto alla protezione dei dati personali non è assoluto e può essere limitato qualora sia necessario tutelare la salute pubblica. Certo, si tratta di misure assunte a tempo determinato, ma non c'è niente di più definitivo di ciò che ha carattere temporaneo.

Non mancheranno i risvolti positivi.

 

 

 

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