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giornata internazionale dei musei | 17 Maggio 2019

Aspettando la restituzione del “Vaso di fiori”: sulle spoliazioni naziste del patrimonio artistico

di Riccardo Bencini - Avvocato, Professore a contratto di Diritto Commerciale nell’Università di Firenze

In occasione della Giornata Internazionale dei Musei, vogliamo contribuire alla valorizzazione del patrimonio artistico ricordando che vi fu un periodo buio della storia italiana in cui quel patrimonio venne saccheggiato dalle truppe naziste.  

La questione è tornata agli onori della cronaca a seguito della recentissima querelle sorta attorno al noto dipinto «Vaso di Fiori» di Jan van Huysum sottratto nel 1944 da un caporale tedesco da Palazzo Pitti e richiesto oggi in restituzione dalle celebri Gallerie degli Uffizi di Firenze.

 

La vicenda. L’anno 2019 si è aperto con un appello del Direttore degli Uffizi Eike Schmidt rivolto alla Germania e teso alla restituzione di un prezioso dipinto ― il c.d. «Vaso di Fiori» dell’artista olandese Jan van Huysum ― appartenuto alle collezioni di Palazzo Pitti fin dal 1824 quando fu acquistato da Leopoldo II Granduca di Toscana. Per oltre un secolo rimase esposto nella Sala dei Putti per poi scomparire nel 1944 per mano di un soldato nazista. Recentemente il Ministro dei Beni Culturali ha annunciato che la Germania fornirà la massima collaborazione affinché il quadro possa tornare a Firenze nel più breve tempo possibile (cfr. ZULIANI, La Germania è pronta a restituire il quadro rubato, in Corriere fiorentino, 12 maggio 2019, pag. 8). Non resta dunque che attendere fiduciosi. Questa vicenda offre però lo spunto, in occasione della Giornata Internazionale dei Musei, per ricordare che durante la seconda guerra mondiale si verificarono numerosissimi atti di saccheggio del patrimonio artistico dei Paesi coinvolti che, in molti casi, attendono ancora giustizia per i danni sofferti.

 

La spoliazione del patrimonio artistico compiuta dai nazisti. La questione delle spoliazioni delle opere d’arte per mano dei nazisti nell’Europa occupata e dei processi di restituzione postbellici è oggetto di una crescente attenzione internazionale [cfr., in dottrina, con amplia bibliografia, F. CAVAROCCHI, Ricerche e restituzioni delle opere d’arte sottratte dai nazisti: il caso italiano (1945-1950), in Contemporanea, 2018, 559 ss].

 

La testimonianza tratta dal Processo di Norimberga. Per comprendere la vastità e gravità del fenomeno, si ricorda che il 20 novembre 1945 in Norimberga prendeva avvio il noto processo per punire i crimini commessi contro l’umanità. Il Capo del Collegio di Avvocati per gli Stati Uniti, Robert H. Jackson, pronunciò una lunga ed appassionata Dichiarazione d’apertura davanti al Tribunale Militare Internazionale, ove precisato che il piano nazista tendente a ridurre permanentemente gli standard di vita dei Paesi vicini e di indebolirli fisicamente ed economicamente fu realizzato anche attraverso la distruzione ed il saccheggio del patrimonio artistico degli stessi. L’Avv. Jackson, dopo aver ricordato che episodi di saccheggio sono fisiologici di ogni conflitto, perché frutto di una cattiva disciplina di coloro che eseguono gli ordini di guerra, rappresenta che la sistematica spoliazione dei patrimoni artistici dei Paesi invasi dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale corrispondeva invece ad un progetto ben preciso di Hitler che, nel lungo termine, neppure gli ufficiali di grado più elevato riuscirono a tollerare.

 

Un estratto dalla Dichiarazione d’apertura davanti al Tribunale Militare Internazionale. Le parole pronunciate in quella occasione dall’Avv. Jackson sono di forza espressiva tale da meritare di essere riportate per esteso: «Non solo c’era il proposito di debilitare e demoralizzare l’economia dei Paesi vicini alla Germania al fine di demolire il loro assetto competitivo, ma ci furono saccheggi e ruberie su una scala di grandezza senza precedenti. Non dobbiamo essere ipocriti a proposito della faccenda del saccheggio. Riconosco che nessun esercito si muove attraverso i territori occupati senza compiere qualche saccheggio quando capita. Di solito la quantità di saccheggi aumenta quando si allenta la disciplina. Se le prove addotte per questo caso mostrassero soltanto saccheggi di questo tipo, non chiederei di incolparne gli imputati qui presenti.
Ma noi dimostreremo che quei saccheggi non erano dovuti a mancanza di disciplina o alla consueta debolezza della natura umana. I tedeschi hanno organizzato il saccheggio, l’hanno progettato, disciplinato e reso ufficiale allo stesso modo in cui organizzavano tutto il resto, e poi hanno compilato la più meticolosa documentazione per mostrare che avevano compiuto il miglior lavoro di saccheggio possibile in quelle circostanze. E noi siamo in possesso di quei documenti.
L’imputato Rosenberg fu incaricato del sistematico saccheggio di oggetti d’arte in Europa da un ordine diretto di Hitler, datato 29 gennaio 1940. Il 16 aprile 1943, Rosenberg riportava che, fino al 7 aprile, 92 vagoni ferroviari con 2.775 casse contenenti oggetti d’arte erano stati spediti in Germania; e che 53 pezzi artistici erano stati inviati direttamente a Hitler e 594 all’imputato Göring. Il rapporto menzionava qualcosa come ventimila pezzi d’arte trafugati e le principali sedi in cui erano conservati.
Rosenberg ha per giunta magnificato questi saccheggi. Ecco trentanove cataloghi rilegati in pelle del suo inventario, che a tempo debito produrremo come prova. Non possiamo che ammirare l’abilità artistica di questo rapporto di Rosenberg. Il gusto nazista era cosmopolita. Dei 9.455 articoli inventariati, 5.255 erano dipinti, 297 sculture, 1.372 pezzi di mobilio antico, 307 prodotti tessili e 2.224 piccoli oggetti d’arte. Rosenberg osservava che c’erano approssimativamente altri diecimila oggetti da inventariare. Lo stesso Rosenberg stimava che il valore complessivo si avvicinasse al miliardo di dollari.
Non entrerò in ulteriori dettagli riguardanti i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità commessi dalla banda di gangster i cui capi sono qui davanti a voi. Non ho intenzione di occuparmi in questo processo dei crimini individuali. Mi sto occupando del Piano Comune, o progetto criminoso, e non voglio indugiare sui reati individuali. Il mio compito è mostrare l’ordine di grandezza assunto da quei crimini e di dimostrare che questi sono gli uomini che occupavano posizioni di comando e che hanno concepito il piano e il progetto che li rende responsabili, indipendentemente dal fatto che il piano sia stato materialmente eseguito da altri.
A lungo andare, questa linea di condotta sprezzante e incurante di ogni legge ha provocato la reazione del mondo intero, che si è ripreso dalla demoralizzazione dell’attacco a sorpresa, ha unito le forze e ha bloccato questi uomini. Una volta che il successo ha smesso di arridere alle loro bandiere, uno per uno i satelliti dei nazisti sono venuti meno. L’imperatore di segatura è crollato. In ogni Paese occupato sono sorte forme di resistenza per contrastare gli invasori. Anche in patria, i tedeschi hanno capito che la Germania veniva condotta alla rovina da questi folli, e il tentativo – il 20 luglio del 1944 – di assassinare Hitler, un attentato promosso da uomini del più alto rango, fu uno sforzo disperato compiuto da forze interne alla Germania per porre fine alla rovina, sorsero dispute tra gli indeboliti cospiratori e il declino del potere nazista fu più rapido della sua scesa. Le forze armate tedesche si sono arrese, il governo si è disintegrato, i suoi capi si sono suicidati a dozzine e attraverso le vicende della guerra questi imputati sono caduti nelle nostre mani» (cfr. JACKSON, Il Tribunale dell’Umanità. L’atto di accusa del processo di Norimberga, Roma, 2015, pagg. 72 e 73).

 

La testimonianza di un Avvocato fiorentino. Anche l’Italia venne ampiamente coinvolta nel sistematico piano di saccheggio sopra descritto. Altrettanto toccante è la testimonianza di un avvocato fiorentino che assistette personalmente alla violenza di quei fatti. L’Avv. Gaetano Casoni li racconta nel suo “Diario fiorentino. Giugno-Agosto 1944” (Firenze, 1946, pag. 310-312), confermando come questi episodi non rappresentassero isolate ruberie dei singoli soldati, bensì rientrassero nell’ambito di un meticoloso piano criminoso organizzato dai vertici nazisti.
Se ne riporta un estratto significativo: «Successivamente è stato malauguratamente accertato che una sorte egualmente felice non ha avuto una parte dei quadri e delle statue, soprattutto della Galleria degli Uffizi, che erano state nascoste in venti depositi in alcune ville, castelli, monasteri e chiese della campagna toscana, perché ritenute in tali luoghi più al sicuro da eventuali bombardamenti e da furti.
In vari modi, con minacce come nella Villa di Montagnana, con un reale saccheggio come nella Villa medicea di Poggio a Caiano, a Soci, a Barberino di Mugello, o addirittura con una vera e propria sparatoria come nel Castello di Poppi in Casentino, i predoni hanno portato via da 450 a 500 opere d’arte. Una metà non è di notevole rilievo, ma tra i quadri rubati sono taluni fra i più rinomati capolavori, gemme preziose delle nostre Gallerie, come la «Minerva e il Centauro» di Botticelli, la «Donna Velata» e il «Cardinale di Bibbiena» di Raffaello, l’«Adorazione del Santo Bambino» di Filippo Lippi, la «Deposizione dalla Croce» del Bronzino, il «Calvario» del Dürer, il «Ritratto di un vecchio» del Rembrandt e la «Sepoltura» del Van der Wayden, e tanti altri del Tintoretto, di Fra Bartolommeo, di Lorenzo di Credi, del Ghirlandaio, del Signorelli, del Perugino, del Pollaiolo, di Rubens, del Caravaggio, del Luini, di Andrea del Sarto, di Cranach.
Fra le statue rubate basterà ricordare il «Bacco ebbro» di Michelangelo e il «San Giorgio», il «David», la «Madonna col Figlio» e il «Marzocco» di Donatello, e poi il nucleo più prezioso delle sculture degli Uffizi, e cioè la «Venere dei Medici», la «Niobe e la Figlia minore», il «Doriforo» e l’«Apollo», e molte lunette dei Della Robbia.
C’è chi dice che sono soltanto i tedeschi ultimi arrivati, e cioè le S.S. ed i paracadutisti, che hanno la colpa di queste ruberie, ma quando si ricorda che sono arrivati colonnelli appositamente incaricati di trasportare quadri e statue, quando si pensi che a Poggio a Caiano sono state portate via ben 58 casse di quadri, a Dicomano 26 casse di sculture, e diecine e diecine di altre casse nei diversi luoghi sopranominati, quando si sappia che la collezione paleografica della Biblioteca della Università di Firenze è stata gettata nell’acqua in una cantina e poi pesticciata dai pesanti scarponi dei lanzichenecchi, che pure una magnifica tela del Perugino è stata macchiata, gettata in terra e calpestata, quando tutto questo si rammenti, si comprenderà che non sono pochi reparti specializzati nel male, ma è un intero popolo di vandali, ufficiali e soldati, salvo rare eccezioni, che è passato distruggendo per le nostre deliziose contrade, ed ha fatto man bassa, come nemico della civiltà, su quanto di più pregiato ha creato il nostro genio».