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PROFESSIONE

professione forense | 06 Marzo 2018

Riorganizziamo la professione, senza pianti e lamentele

di Giovanni Lega - Presidente ASLA

Giovanni Lega, presidente ASLA (Associazione Studi Legali Associati), replica all’articolo pubblicato lo scorso 2 marzo su Diritto e Giustizia, intitolato “La redistribuzione della ricchezza nell’avvocatura italiana”.

Ho letto con sorpresa l’articolo a firma dell’avv. Paolo Rosa dal titolo “La redistribuzione della ricchezza nell’avvocatura italiana” pubblicato su Diritto e Giustizia del 2 marzo 2018.
Mi onoro ancora oggi di essere il presidente di ASLA (Associazione studi legali associati) e, quindi, di conoscere relativamente bene la realtà e i dati economici di questa faccia del prisma dell’avvocatura.
L’avv. Rosa sembra insinuare che la distribuzione del reddito derivi non primariamente dal merito, ma - soprattutto - da criteri clientelari, politici, sindacali, industriali, commerciali, associativi e successori (di Padre in Figlio).
Con i suoi quasi 100 studi membri, ASLA è composta da circa 6mila “teste legali” che, dal punto di vista reddituale, vanno a collocarsi dalla più alta fascia reddituale a quella mediana, considerato che un praticante avvocato operante nei nostri studi ha una retribuzione annua media di circa 20 mila euro.
Replico, allora, all’avvocato Rosa con due concetti, secondo me fondamentali:

- la stragrande maggioranza dei clienti dei nostri studi membri è costituita da imprese, italiane e multinazionali, in cui gli aspetti di natura clientelare non vengono neppure presi in considerazione. Certo, è possibile che attraverso associazioni, conferenze – e, in generale, una attività di networking – si possano creare delle relazioni, ma queste verrebbero immediatamente meno se non fossero supportate da competenza e professionalità;
- non va sottovalutato il fenomeno, vera piaga italiana, dell’evasione fiscale. Sono profondamente convinto che la persona fisica cliente privato – già vessato da alta imposizione diretta – possa essere fortemente attratto da potenziali proposte di “sconto” del compenso del proprio avvocato in ottimizzazione fiscale, con evidenti ricadute sulle posizioni reddituali di molti colleghi.
Non riesco poi a capire quali siano i criteri di distribuzione della competenza e della professionalità che il Collega Rosa propone per dare a tutti le medesime opportunità.

240mila avvocati. Serve, piuttosto, un profondo ridimensionamento del numero di avvocati: non è, infatti, pensabile la sopravvivenza di oltre 240mila professionisti (numero aggiornato al 2016, quindi probabilmente oggi ancora più elevato) in un paese di 58milioni di persone. Basti pensare che, rispetto all’Italia, in Francia – che conta una popolazione, sensibilmente superiore alla nostra, di 66milioni di persone – gli avvocati sono circa 40mila (un sesto dei nostri 240mila!). Per usare una metafora, sarebbe come se in una cittadina di 10.000 abitanti ci fossero 500 pizzerie: la crisi economica mi sembra evidente, perché è impensabile che i cittadini di quel paese ogni giorno vadano a pranzare e cenare in 10 di esse contemporaneamente.
Alla sopravvivenza del mercato si aggiunge il tema della sostenibilità del sistema previdenziale: analizzando i dati forniti dalla Cassa, emerge che l’avvocatura “solidale” – quella di chi supera la soglia dei 96.000 euro di reddito – sia pari a solo il 7%, che va a contribuire alla pensione e ai benefici del rimante 93%. Ancora più scandalosa è poi la posizione di quei 40mila “fantasmi”, che nulla dichiarano o addirittura registrano un reddito negativo.
Anziché piangere e lamentarsi su presunte problematiche clientelistiche, è ora di impegnarsi – definitivamente, una volta per tutte – a riorganizzare la professione e i suoi numeri.