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Notizie a cura di La Stampa.it |
PROFESSIONE

Riforma forense | 20 Marzo 2013

Avvocati invisibili: un «calvario senza welfare e senza clienti»

di Paolo Rosa - Avvocato

  La stampa da anni li chiama avvocati sans papier parafrasando la condizione degli immigrati irregolari che arrivavano in Francia, da tempo anche in Italia, senza carta, senza documenti e quindi senza futuro. Oggi ci sono circa 60.000 avvocati in Italia che dal punto di vista reddituale si trovano senza futuro.

 

L’art. 21, commi 8 e 9 della legge 247/2012 (riforma forense), criticato dai più,  ha fatto esplodere finalmente il problema che prima era conosciuto ma immediatamente dimenticato quasi che potesse trovare da solo una soluzione positiva.
Il calvario dei giovani avvocati. Oggi l’AIGA, l’Associazione dei giovani legali, propone l’istituzione di un registro che riconosca la figura degli avvocati dipendenti.
Ma è proprio la recentissima riforma forense, agli artt. 2 e 18, che ne impedisce la realizzazione e quindi andrebbe immediatamente modificata raccogliendo le voci più sensibili dell’Avvocatura italiana (ANF – Associazione Nazionale Forense) e per essa del Collega Emanuele Spata che già nel 2010 con il suo Il calvario dei giovani avvocati senza welfare e senza clienti sollevò il problema.
Come ha sostenuto il Collega Spata basterebbe introdurre un secondo comma all’art. 19, n. 1 della legge 247/2012 dal seguente contenuto: «in deroga a quanto stabilito dall’art. 18 la professione di avvocato è compatibile con un rapporto di lavoro subordinato o parasubordinato alle dipendenze o con il coordinamento di un altro avvocato o di un’associazione professionale, purché la natura dell’attività svolta dall’avvocato subordinato o parasubordinato riguardi esclusivamente quella riconducibile ad attività propria della professione forense».
La creazione di questo albo speciale avrebbe delle ricadute tutte da ripensare sulla posizione previdenziale degli stessi.
Possibile la creazione di un albo speciale? Vedeva con lungimiranza il Collega Emanuele Spata quando affermava che: «Il nostro sistema previdenziale è stato pensato avendo davanti un tipo di professione che oramai rischia di diventare residuale. Vi era un professionista che per i primi anni riceveva compensi molto modesti se non nulli per poi, terminato il periodo formativo, affacciarsi ad un’attività che gli consentiva il più delle volte non solo di corrispondere il massimo dei contributi previsti per la propria posizione previdenziale ma anche di contribuire, con il contributo di solidarietà, per quei colleghi cui le avversità della vita non avessero consentito di far fronte con i propri mezzi alla loro posizione previdenziale.
Un tale sistema presuppone che la maggioranza degli iscritti alla Cassa provveda a costituire la cd. riserva matematica utile a coprire gli esborsi per le prestazioni previdenziali dirette e quelle di reversibilità, e che con il contributo di solidarietà si vada a coprire le frange marginali di chi non riesce, per qualsivoglia motivo, a costituire tale riserva.
Ora questioni di giustizia sociale vogliono che venga garantito un minimo di pensione anche a coloro che versano il minimo, ma se tale minimo non consente la costituzione della riserva matematica il sistema tenderà a collassare se il numero dei contribuenti minimi dovesse superare la soglia della riserva matematica costituita con i contributi di solidarietà. In sostanza tanto più la professione forense si avvierà verso la sua proletarizzazione tanto più il suo sistema previdenziale rischierà l’implosione. Si tenga poi conto che il sistema solo da oggi richiede il versamento di un contributo nella misura del 14% del reddito e del 4% del fatturato. Per gli avvocati sans papier, come detto dichiarazione IVA e dichiarazione ai fini dell’IRPEF coincidono così che gli stessi provvedono a corrispondere alla Cassa di Previdenza un contributo pari al 16% circa del proprio reddito. Se si tiene poi conto che il reddito di questi colleghi è il più delle volte assai modesto e di poco supera i minimi previsti per l’iscrizione alla cassa si comprenderà come gli stessi non saranno mai in grado di costituire la riserva matematica utile a supportare le erogazioni previdenziali che il sistema riconosce loro. In questo modo poi si pone a carico di tutta la collettività degli avvocati il peso della previdenza di colleghi il cui lavoro, di fatto subordinato, va a vantaggio degli studi che li
utilizzano. Un criterio di giustizia sociale dovrebbe indurre ad imporre a questi studi professionali il pagamento, ad un fondo separato, sempre all’interno della Cassa Previdenziale forense, di contributi percentualizzati sulla retribuzione corrisposta al giovane collega che garantisca la costituzione di una rendita matematica tale da garantirgli anche in un futuro remoto il mantenimento dello standard sociale raggiunto».