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PROFESSIONE

PCT - giurisprudenza | 12 Febbraio 2013

Nullità da PCT? Neanche per sogno!

di Carlo Piana - Avvocato, esperto in diritto delle nuove tecnologie *

  Ricorso di diritto del lavoro. Il Ricorrente si costituisce seguendo le norme del Processo Civile Telematico. Il Resistente eccepisce che, siccome prima della costituzione la parte non ha accesso telematico al fascicolo di causa , egli non ha potuto leggere i documenti prodotti. Il Giudice gli dà ragione e dichiara la costituzione del Ricorrente nulla per “vizio informatico”. La palese assurdità – su molti piani – della sentenza mi fa ritenere che molto deve essere ancora fatto, non solo nei tribunali, per far adeguare la cultura informatica degli operatori alle novità del PCT. Siam qui per questo, vediamo dove, a parer mio, si è sbagliato e di quanto (di molto, di troppo).

(Tribunale di Milano, sez. Lavoro, sentenza 8 febbraio 2013)

 

Il Giudice afferma nella parte incriminata: «Nel caso di iscrizione della causa a ruolo per via telematica, dunque, la Cancelleria deve poter provvedere non solo alla formazione del fascicolo informatico, ma deve anche poter avere [sic] lo strumento per renderlo consultabile per via telematica, e ciò anche nel caso in cui il Difensore della parte non sia ancora costituito.
Tale difetto, nella specie, determina una patente violazione del principio del contraddittorio, addebitabile ad un vizio del sistema informatico. Va quindi dichiarata la nullità della costituzione in giudizio del Ricorrente (i documenti - e quindi il fasci[c]olo di parte - sono consustanziali a questa attività processuale: art. 165 c.p.c.) e di ogni altro successivo atto del presente procedimento» (enfasi nell'originale, grassetto aggiunto).
Appunti di procedura “tradizionali”. Cominciamo dalla parte più facile, perché qui il fatto che la costituzione sia avvenuta in via telematica non ha alcun impatto. Il Giudice non può pronunciare la nullità di un atto se la nullità non è espressamente prevista dalla legge e comunque se l'atto ha prodotto il suo scopo (art. 156 c.p.c.). Questa, detto per inciso e da tenere sempre presente, è una norma cardine che serve a interpretare tutte le norme procedurali in ogni caso in cui ci sia questione sulla procedura corretta a seguito di dubbi interpretativi sulle norme (anche tecniche) del PCT. Nella sentenza non si fa menzione del fatto che il Ricorrente abbia ignorato qualche norma sul PCT; sul Tribunale di Milano il PCT è attivo ed ha valore legale; dalla sentenza si può concludere che l'atto fosse perfetto da un punto di vista formale.
Può il Giudice dire che l'atto è nullo perché non ha raggiunto lo scopo in quanto il PCT non consentirebbe al Resistente di conoscere gli atti prima della costituzione, pur non essendovi carenze formali? È già di primo acchito evidente l'inversione dell'ordine logico-normativo: prima si verifica se vi sia una carenza formale, dopo si verifica se, in assenza di una norma che sanzioni espressamente la nullità per tali carenze, l'atto non ha comunque i requisiti formali minimi richiesti per essere conservato. Poiché l'atto è formalmente valido, semmai si dovrà criticare la norma, non chi la norma l'ha seguita.
Restiamo ancora sul facile: siccome la compromissione del contraddittorio, anche procedendo per assurdo, sarebbe dovuta a un “vizio informatico” [ancora, sic!], questo non è imputabile certamente al Ricorrente, ma alla Cancelleria o al Dominio Giustizia (l'insieme dei sistemi informatici del PCT lato Ministero) o ancora alla norma stessa. Dunque mi pare che si applichi l'art. 162 c.p.c, ovvero il Giudice avrebbe semmai dovuto disporre la rinnovazione degli atti ai quali la nullità si estende, con eventuale rimessione in termini del Resistente, non certo ritenere nullo tutto il processo. Riterrei che porre la conseguenza di una supposta carenza sostanziale del PCT in capo al Ricorrente che si sia attenuto alle norme sia del tutto abnorme già solo per queste banali considerazioni.
Il Giudice, invece, ritiene che solo per il fatto che il Cancelliere «deve poter avere» gli strumenti, allora l'uso del PCT da parte del Ricorrente per costituirsi renda nullo l'intero processo, evidentemente per il solo fatto che secondo il Giudicante non vi siano le garanzie processuali minime. Il che vale a dire che mai un atto di costituzione possa essere effettuato via PCT. Oltre che assurdo, il ragionamento è devastante e contrasta con la chiara ratio legis di favorire questa via di introduzione della causa. Deve in ogni caso e con forza essere rigettato.
Gli atti informatici sono pienamente validi se il PCT è “attivo” e le norme tecniche sono rispettate. Andiamo allora più sul tecnico. La produzione telematica di atti ed allegati secondo le Norme Tecniche previste dal DM 21/02/2011, come previsto dal Regolamento DPR 123/2001, è in tutto e per tutto equivalente alla produzione cartacea dal momento in cui, con provvedimento del Ministero di Giustizia sono attivati i servizi del PCT (a Milano tutta la cognizione avanti il Tribunale http://www.processotelematico.giustizia.it/pdapublic/resources/DecretoAvvioPCTMilano.tif).
Ciò che fa fede formalmente è il fascicolo informatico. L'articolo 9.3 delle Norme Tecniche prevede che «La tenuta e conservazione del fascicolo informatico equivale alla tenuta e conservazione del fascicolo d'ufficio su supporto cartaceo, fermi restando gli obblighi di conservazione dei documenti originali unici su supporto cartaceo previsti dal codice dell’amministrazione digitale e dalla disciplina processuale vigente». Gli atti e gli allegati delle parti vanno inseriti nel fascicolo informatico (art. 14.2. delle Norme Tecniche). Il deposito avviene «nel momento in cui viene generata la ricevuta di avvenuta consegna da parte del gestore di posta elettronica certificata del Ministero della giustizia». Anche se vi fosse qualche problema, non vi potrebbe essere una conseguenza negativa per il depositante, il quale al massimo potrebbe venire invitato a ricostruire il fascicolo (istituto peraltro già presente nel “regime cartaceo”). Ciò potrà fare senza seria contestazione, inoltrando la ricevuta completa di consegna, che contiene gli atti e gli allegati, tutti firmati e marcati temporalmente dal sistema ricevente, e quindi destinati a far fede fino a querela di falso.
I documenti sono disponibili al difensore anche prima della costituzione, in due, anzi tre differenti forme. La sentenza, inoltre, si basa sul presupposto che la consultazione debba poter essere effettuata informaticamente dal Resistente prima di costituirsi e che tale consultazione sia in realtà impossibile, con violazione del contraddittorio. Tutti questi presupposti sembrano errati.
È errato ritenere che – al fine della tutela del contraddittorio – i documenti debbano essere disponibili in via telematica. O meglio, i documenti devono essere disponibili in via telematica, tuttavia ciò non comporta un onere per il Ricorrente, semmai per il Cancelliere. Se il Ricorrente si fosse costituito mediante deposito di copie cartacee, l'estrazione delle copie sarebbe avvenuta per via cartacea. Dunque se – come in realtà avviene – la copia cartacea è disponibile anche per il caso di deposito telematico, non si vede quale compromissione del contraddittorio possa avvenire, visto che il Resistente è così nella stessa situazione in cui si troverebbe se il deposito fosse stato cartaceo: l'uno e l'altro saranno onerati di passare in Cancelleria, l'uno e l'altro saranno onerati del costo delle copie. Mi pare un assurdo, e costituzionalmente un azzardo, ipotizzare che il Resistente sia danneggiato nel diritto di contraddittorio nel caso di deposito informatico, quando la possibilità di accesso ai documenti è la stessa (anzi, vedremo, paretianamente migliore).
Inoltre è errato ritenere che al Resistente non sia possibile accedere alla copia in via informatica. Dalla sentenza appare che tale circostanza sia semplicemente affermata dal Difensore del Resistente, ma non provata in alcun modo. La cosa contrasta con l'esperienza e con le norme.
Le Norme Tecniche espressamente prevederebbero il caso di estrazione di copie a favore del difensore della parte non costituita, pertanto un rifiuto sarebbe un inadempimento del Cancelliere, non una carenza del sistema, tantomeno del sistema informatico. L'articolo 22 delle Specifiche Tecniche pubblicate in data 18/07/2011 e in Gazzetta Ufficiale n. 175 del 29/07/2011, in osservanza dell'art. 34 della Norme Tecniche, prevede espressamente che il soggetto che ne ha diritto possa chiedere tramite web services sincroni (dunque automaticamente) le copie degli atti e dei documenti, tra cui, alla lettera b) del comma 2 «b) copia semplice per l’avvocato non costituito in formato digitale».
È però vero che tali servizi, pur previsti, mi risultano non essere attivi, né addirittura la documentazione sui web services essere disponibile.
Tuttavia, l'avvocato diligente che non può accedere al Foro per ottenere le copie cartacee, può chiedere al Cancelliere di ricevere, tramite PEC (ai sensi dell'Art. 16 delle Norme Tecniche) una copia dei documenti contenuti nel fascicolo informatico (Art. 23 delle Specifiche Tecniche). Ogni Cancelleria ha le sue prassi, visto che la procedura non è codificata. In alcuni casi il Cancelliere richiede che sia inviato un atto generico contenente la procura e la richiesta di copie (oltre il pagamento dei diritti), in altri casi mi risulta sia sufficiente inviare una PEC di richiesta. A Milano è inoltre possibile ottenere “l'aggancio” con il PDA rammostrando una procura (oltre ad ottenere le copie fisicamente tramite un apposito front office). È dunque consigliabile informarsi in anticipo sulle modalità concrete. Qualora il Cancelliere rifiutasse di collaborare e né la copia cartacea, né quella informatica siano disponibili, si sarebbe esattamente nella stessa situazione in cui il Cancelliere rifiutasse o fosse impossibilitato nel caso di costituzione in forma cartacea. Vi sarebbe comunque la possibilità di ricorrere al Presidente del Tribunale per chiedere ragione, ovvero alla Direzione Generale Servizi Informatici del Ministero della Giustizia.
Se qualcuno fosse a conoscenza di casi simili, pregherei di segnalarli alla Redazione, che me li farà avere.
Considerazioni generali.
Sia consentita una valutazione di ordine generale. Già in passato chi scrive è intervenuto per fugare quello che nella cultura informatica viene chiamato FUD (Fear, Uncertainy, Doubt, paura, incertezza, dubbio), strategia usata nelle pratiche anticoncorrenziali per scoraggiare l'uso di prodotti e tecnologie nuove a scapito di tecnologie consolidate e dominanti. Nel PCT si dice troppo spesso “non si può fare”, “è rischioso”, “meglio fare come si è sempre fatto”, “chi lo racconta al Cliente se mi dichiarano la nullità?”. Lo si è detto nel campo delle notificazioni tra Avvocati abilitati alla notifica diretta. Oggi si deve intervenire in un caso in cui vi è l'aggravante che il FUD è sparso con dovizia addirittura da un Magistrato in una sentenza, la quale contiene la più deludente e discreditante ragione di sconfitta per un difensore: la nullità per un vizio procedurale.
La cosa è ben più grave di quanto sembri. Con tutti i difetti, il PCT funziona, anzi, il sistema digitale fornisce alcune garanzie che nel mondo analogico non esistono, consente di esercitare la professione in modalità prima impensabili, con ampi risparmi per il sistema Giustizia (tanto che diventerà la regola nel prossimo futuro, manca poco). Combattere battaglie di retroguardia solo perché non si vuole cambiare, perché innovare è duro, perché si è sempre fatto così, non ha senso. Ho iniziato la professione quando il computer era sulla scrivania della segretaria, se c'era. Oggi non è possibile fare questo mestiere senza saper usare il PCT o avere risorse che lo sappiano usare per noi. L'Avvocato, il Magistrato, il CTU si adeguino (i Cancellieri sono ormai ben usi, anche se a volte in Cancelleria sembrano sorpresi di vedere un Avvocato che deposita telematicamente).
Criticare le scelte fatte e i mezzi approntati dal Ministero è non solo consentito, è doveroso, io personalmente lo faccio spesso anche non pubblicamente. Però si fa su specifiche e motivate carenze, non si attacca la cosa in sé. Ogni atto, ogni comunicazione, ogni decisione nei quali si intraveda un pregiudizio a prescindere, come diceva Totò, contro l'informatizzazione del processo civile, è un atto di irrazionale passatismo. Così lo è ogni decisione che di fronte alla tecnologia chiude entrambi gli occhi e diventa luddista, trattando in modo differente – deteriore – chi la utilizza, mentre invece dovrebbe incentivarlo. È un atteggiamento che il mondo degli operatori della giustizia deve abbandonare qui e ora, nel suo stesso interesse, ne pereat mundus!