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PROFESSIONE

mediazione obbligatoria | 06 Dicembre 2012

Ecco la sentenza sulla mediazione: la parola passa ora al Parlamento (se vorrà)

di Fabio Valerini - Avvocato cassazionista, Dottore di ricerca nell'Università di Roma Tor Vergata

  Dopo l’attesa suscitata dal comunicato stampa del 24 ottobre scorso con il quale la Corte Costituzionale aveva anticipato la dichiarazione di incostituzionalità per eccesso di delega del primo comma dell’art. 5 del d.lgs. n. 28/2010 che aveva introdotto la mediazione obbligatoria per alcune materie del contenzioso civile e commerciale, ecco oggi il deposito della sentenza 6 dicembre 2012, n. 272.

(Corte Costituzionale, sentenza n. 272/12; depositata il 6 dicembre)

 

Per la Corte Costituzionale il carattere obbligatorio attribuito al previo esperimento del tentativo di mediazione e che è stato censurato, per eccesso o difetto di delega, da quasi tutte le ordinanze di rimessione, è illegittimo dal momento che risultano fondate le censure di illegittimità costituzionale per violazione degli artt. 76 e 77 Cost.
Mediazione obbligatoria incostituzionale per eccesso di delega. Salva una più approfondita e doverosa analisi della motivazione sulla quale a breve, quindi, avremo modo di tornare, è bene dire da subito che la Corte ha esaminato soltanto il profilo relativo al vizio formale dell’eccesso di delega.
Ogni altra censura è stata quindi assorbita dalla Corte. Il che ha un suo fondamentale rilievo dal momento che non lascia più alcun dubbio sulla possibilità assolutamente legittima, quindi, per il Parlamento di intervenire per sanare il vizio formale e reintrodurre l’obbligatorietà.
Quell’eventuale reintroduzione sarebbe perfettamente rispettosa del giudicato costituzionale che lascia, ovviamente, ampio margine al Parlamento per qualsiasi scelta che, quindi, assume carattere esclusivamente politico inteso nel senso più alto del termine.
Disciplina UE neutrale rispetto alla scelta del modello di mediazione da adottare. Orbene, tornando, seppur brevemente, alla motivazione della sentenza, la Corte per giungere a questo risultato muove, innanzitutto, da un’analisi delle fonti comunitarie e dalla giurisprudenza della Corte dell’Unione Europea concludendo sul punto che «la disciplina dell’UE si rivela neutrale in ordine alla scelta del modello di mediazione da adottare, la quale resta demandata ai singoli Stati membri, purché sia garantito il diritto di adire i giudici competenti per la definizione giudiziaria delle controversie».
Ecco allora che «l’opzione a favore del modello di mediazione obbligatoria, operata dalla normativa censurata, non può trovare fondamento nella citata disciplina» europea e deve essere, pertanto, valutata alla luce del diritto interno e, in particolare, utilizzando gli strumenti tipici della verifica del rispetto dei rapporti tra legge delega e decreto delegato.
E così passando all’esame del diritto interno la Corte ritiene che tra i principi e criteri direttivi di cui all’art. 60, comma 3, non vi sia in alcun modo la previsione del carattere obbligatorio della mediazione finalizzata alla conciliazione.
Un silenzio assordante dal momento che «non si può certo ritenere che l’omissione riguardi un aspetto secondario o marginale. Al contrario, la scelta del modello di mediazione costituisce un profilo centrale nella disciplina dell’istituto, come risulta sia dall’ampio dibattito dottrinale svoltosi in proposito, sia dai lavori parlamentari durante i quali il tema dell’obbligatorietà o meno della mediazione fu più volte discusso».
Il carattere obbligatorio della mediazione non è intrinseco alla sua ratio. Del resto, poi, ha osservato la Corte «il carattere obbligatorio della mediazione non è intrinseco alla sua ratio, come agevolmente si desume dalla previsione di altri moduli procedimentali (facoltativi o disposti su invito del giudice), del pari ritenuti idonei a perseguire effetti deflattivi e quindi volti a semplificare e migliorare l’accesso alla giustizia».
Quel silenzio, peraltro, non consentiva al legislatore delegato di prevedere l’obbligatorietà per un così vasto numero di materie e rispetto alle quali non esisteva un sistema di mediazione o conciliazione obbligatoria: esistevano soltanto norme settoriali e non un principio generale.
Ne deriva che la scelta nel senso dell’obbligatorietà - diversamente, secondo la Corte, dal tentativo obbligatorio di conciliazione nel rito del lavoro oggetto della decisione 276/2000- introduce «un novum avulso da questa» senza rappresentare, quindi, «un coerente sviluppo di un principio già presente nello specifico settore»: in altri termini occorreva che la legge delega parlasse espressamente sul punto prevedendo l’obbligatorietà sicché, non avendo detto nulla sul tema si deve concludere che «la mediazione [obbligatoria] non trova alcun ancoraggio nella legge delega».
Rimane dunque aperta la strada per l’intervento del Parlamento e, soprattutto, per un’analisi più approfondita della sentenza, rinviato a lunedì 10 dicembre.