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PROFESSIONE

avvocati | 23 Novembre 2012

E al Ministero della Giustizia si lavora per modificare i parametri e l'accesso alla professione forense

di Renato Savoia - Avvocato

  Sono trascorsi tre mesi dalla rivoluzione copernicana costituita dall'abrogazione delle vecchie tariffe forensi e l'introduzione dei nuovi parametri previsti (peraltro per il solo caso in cui non vi sia stata la libera pattuizione tra l'avvocato e il cliente e la liquidazione avvenga da parte dell'organo giurisdizionale) e il Ministero della Giustizia sta pensando ad alcune modifiche, chieste peraltro a gran voce da larghi settori dell'Avvocatura.

Le eventuali modifiche ai parametri. Vediamo in dettaglio di cosa si tratta, precisando che al momento si tratta solo di proposte, e in quanto tali ancora suscettibili di modifiche:
a) prevista la reintroduzione (e questo non solo per gli avvocati ma per tutte le professioni) del rimborso delle spese forfettarie, in una misura indicata finora tra il 10 e il 20% del compenso;
b) soppressione (anche in questo caso valevole per tutte le professioni) della valutazione negativa da parte dell'organo giurisdizionale per la mancata prova dell'avvenuta consegna del preventivo al cliente;
c) per l'attività stragiudiziale viene introdotto un criterio percentualistico, indicato nella misura tra il 5 e il 20% del valore dell'affare;
d) si prevede la possibilità di un aumento del compenso per l'attività di assistenza stragiudiziale nel procedimento di mediazione;
e) prevista altresì la possibilità di un aumento del compenso liquidato giudizialmente nel caso in cui le difese della parte risultata vittoriosa siano risultate manifestamente fondate; 
f) possibile l'aumento del compenso anche oltre il doppio per il caso di assistenza di più parti;
g) eliminata la riduzione del 50% del compenso in caso di patrocinio a spese dello stato e dell'assistenza d'ufficio a minori;
h) introduzione di due ulteriori scaglioni, uno per le controversie di valore compreso tra € 1.500.000,00, e € 5.000.000,00 e uno per le controversie di valore superiore a € 5.000.000,00;
i) introduzione della voce studio nelle procedure esecutive (mobiliari e immobiliari) il cui valore sarà corrispondente a una percentuale tra il 35 e il 50% della voce prevista come procedimento;
l) per quanto concerne la fase di ingiunzione e l'atto di precetto aumento (in misura oscillante tra il 30 e il 50%) dei valori previsti;
m) per quanto concerne l'attività giudiziale penale introduzione della nuova fase di investigazione, il cui valore corrisponde a circa il 70% di quanto previsto per la fase istruttoria davanti all'autorità giudiziaria.
Le proposte di riforma dell'accesso alla professione forense. Tre sono le proposte, assai diverse e che peraltro dovranno essere discusse tra Ministero, associazioni forensi e mondo universitario.
1) Prevede che il corso di laurea rimanga così come è oggi, mentre si interviene sul percorso post-laurea, vale a dire sulle scuole di specializzazione.
Si riduce la durata delle scuole a un anno, prevedendo che il titolo di specializzazione sarebbe obbligatorio per l'esame di avvocato, e l'accesso alle scuole sarebbe peraltro regolamentato (i criteri in tal caso sono ancora da definire, se in base al voto di laurea, ovvero un test di ingresso, ovvero una combinazione dei due).
Per poter accedere all'esame sarebbe poi necessario svolgere ulteriori 6 mesi di scuola di formazione forense.
Una critica che si può muovere a tale proposta è che prevede che si diventi avvocato senza aver mai fatto pratica sul campo, cioè presso un avvocato, ma soltanto frequentando scuole.
Non pare davvero la migliore ipotesi possibile.
2) Un'altra ipotesi prevede la modifica del percorso universitario, che sarebbe composto da quattro anni generici e un ulteriore anno specifico per le professioni legali. Solo il superamento di questo ulteriore anno consentirebbe di acquisire il diritto a partecipare agli esami di stato per avvocato e ai concorsi per notariato e magistratura.
Peraltro l'accesso al quinto anno sarebbe subordinato a una selezione (ancora da definire).
3) La terza, senza toccare il percorso universitario, introduce invece il “numero chiuso” (programmato, viene definito dalla proposta) per quel che riguarda l'accesso ai corsi di formazione di indirizzo professionale tenuti dagli ordini e dalle associazioni forensi.
Si mantiene l'obbligo di tirocinio di almeno 6 mesi presso lo studio di un avvocato, nonché l'obbligatorietà della frequenza dei corsi di formazione della durata di 18 mesi previsti dalla legge di riforma forense approvata dalla Camera e attualmente al Senato.
L'accesso ai corsi avverrebbe secondo un numero programmato determinato annualmente dal Ministro della Giustizia, in una percentuale (non ancora stabilita) dei laureati dell'anno precedente e mediante selezione annuale per titoli ed esame.
Il diploma rilasciato dalle scuole di specializzazione universitarie previste dal D.L. 398/97 è valutato ai fini del compimento del tirocinio per l'accesso alla professione forense per il periodo di un anno.
Chi esce dalle scuole di specializzazione non avrà peraltro il posto garantito ai corsi di formazione tenuti dagli ordini (il che aggirerebbe di fatto il numero programmato) e viene previsto che una quota, da stabilire, dei posti venga riservata ai laureati provenienti dalle scuole di specializzazione, che dovranno sottoporsi alla stessa selezione per titoli ed esami cui vengono sottoposti i laureati che intraprendono direttamente codesti corsi.
Viene previsto che in concomitanza con la frequenza del secondo anno delle scuole di specializzazione possa essere frequentato anche il corso di formazione tenuto dagli ordini e associazioni forensi.
Come detto sopra, rimane il tirocinio pratico della durata minima di 6 mesi presso un avvocato.
Riassumendo, chi intende frequentare la scuola di specializzazione si troverà questo percorso:
- un anno di scuola di specializzazione (ed eventualmente potrà svolgere in parallelo il tirocinio pratico presso un avvocato);
- secondo anno di scuola di specializzazione in contemporanea frequenza obbligatoria per 6 mesi del corso di formazione tenuto da ordini e associazioni professionali (e nell'altro semestre eventuale tirocinio).
Anche questa terza proposta, seppur meritoria nel momento in cui introduce il criterio del numero programmato, pare però eccessivamente legata ad una pratica quasi esclusivamente scolastica.
Si vuole davvero che l'avvocato di domani possa raggiungere il titolo di avvocato con soli sei mesi di tirocinio in uno studio?
Ad avviso dello scrivente, si tratterebbe di un macroscopico errore.