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FINANZA e TRIBUTI

contenzioso tributario | 11 Agosto 2017

Plusvalenza da cessione di terreni edificabili: l’accertamento induttivo non si fonda solo sul valore condonato ai fini INVIM

di Leda Rita Corrado - Avvocato e Giornalista pubblicista, Dottore di ricerca in Scienze Giuridiche presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca.

In tema di accertamento delle imposte sui redditi, l’art. 5, comma 3, d.lgs. n. 147/2015, esclude che l’Agenzia delle Entrate «possa ancora procedere ad accertare, in via induttiva, la plusvalenza patrimoniale realizzata a seguito di cessione di immobile o di azienda solo sulla base del valore dichiarato, accertato o definito ai fini di altra imposta commisurata al valore del bene, posto che la base imponibile ai fini IRPEF è data non già dal valore del bene, ma dalla differenza tra i corrispettivi percepiti nel periodo di imposta e il prezzo di acquisto del bene ceduto, aumentato di ogni altro costo inerente al bene medesimo».

(Corte di Cassazione, sez. Tributaria, ordinanza n. 19227/17; depositata il 2 agosto)

Così la Corte di Cassazione, sez. Tributaria, ordinanza n. 19227/17 depositata il 2 agosto 2017.

Il caso. L’Amministrazione finanziaria rettifica le imposte sui redditi relative al periodo di imposta 2000, determinando la plusvalenza tassabile in relazione al maggior valore della cessione di terreni edificabili evinto dalla lite sull’INVIM definita in via agevolata ex art. 16, l. 27 dicembre 2002, n. 289. Il contribuente impugna l’atto impositivo. Confermando la pronuncia di prime cure, la Commissione Tributaria Regionale annulla l’avviso di accertamento.
Nella sentenza in questione la Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell’Amministrazione finanziaria e enuncia il seguente principio di diritto: «In tema di accertamento delle imposte sui redditi, l’art. 5, comma 3, d.lgs. n. 147/2015 – che, quale norma di interpretazione autentica, ha efficacia retroattiva – esclude che l’Amministrazione finanziaria possa ancora procedere ad accertare, in via induttiva, la plusvalenza patrimoniale realizzata a seguito di cessione di immobile o di azienda solo sulla base del valore dichiarato, accertato o definito ai fini di altra imposta commisurata al valore del bene, posto che la base imponibile ai fini IRPEF è data non già dal valore del bene, ma dalla differenza tra i corrispettivi percepiti nel periodo di imposta e il prezzo di acquisto del bene ceduto, aumentato di ogni altro costo inerente al bene medesimo. Il riferimento contenuto nella norma all’imposta di registro e alle imposte ipotecarie e catastali svolge una funzione esemplificativa, volta esclusivamente a rimarcare la ratio della norma incentrata sulla non assimilabilità della differente base impositiva (valore) rispetto a quella prevista per l’IRPEF (corrispettivo)».

La norma di interpretazione autentica ha efficacia retroattiva. La Suprema Corte fonda la propria decisione sull’art. 5, comma 3, d.lgs. n. 147/2015: in forza di tale disposizione gli artt. 58, 68, 85 e 86 T.U.I.R e gli artt. 5, 5-bis, 6 e 7, d.lgs. n. 446/1997 si interpretano nel senso che «per le cessioni di immobili e di aziende nonché per la costituzione e il trasferimento di diritti reali sugli stessi, l’esistenza di un maggior corrispettivo non è presumibile soltanto sulla base del valore anche se dichiarato, accertato o definito ai fini dell’imposta di registro […] ovvero delle imposte ipotecaria e catastale […]».
Secondo la giurisprudenza di legittimità (Cass., sez. VI civ. – T, 6 giugno 2016 (ord.), n. 11543, in CED Cass., Rv. 640048; Cass., sez. trib., 17 maggio 2017, n. 12265, ibidem, Rv. 644134) il citato comma 3, quale norma di interpretazione autentica, ha efficacia retroattiva ed esclude che l’Amministrazione finanziaria possa ancora procedere ad accertare, in via induttiva, la plusvalenza patrimoniale realizzata a seguito di cessione di immobile o di azienda solo sulla base del valore dichiarato, accertato o definito ai fini dell’imposta di registro.
Nella ordinanza in rassegna la Sezione Tributaria precisa che questo principio di diritto opera anche qualora la presunzione sia fondata sul valore accertato ai fini dell’INVIM, giacché anche questo tributo assume il valore dell’immobile come propria base imponibile. A ciò il Collegio aggiunge che il riferimento legislativo all’imposta di registro e alle imposte ipotecarie e catastali non costituisce un numero chiuso, «ma assolve ad una funzione essenzialmente esemplificativa, volta a rimarcare la ratio della norma incentrata sulla non assimilabilità della differente base impositiva (valore) rispetto a quella prevista per l’IRPEF (corrispettivo)».
Il Giudice di legittimità risolve la fattispecie sub iudice alla luce dell’art. 82 (ora 68) T.U.I.R, nel testo vigente ratione temporis: in base a tale disciplina le plusvalenze sono costituite dalla differenza tra i corrispettivi percepiti nel periodo di imposta e il prezzo di acquisto del bene ceduto, aumentato di ogni altro costo inerente al bene medesimo.

Il condono delle liti pendenti non fissa il valore della plusvalenza. Il Collegio esclude che la soluzione esegetica sopra descritta possa essere sconfessata in seguito alla definizione della lite in materia di INVIM.
Per corroborare tale posizione la Suprema Corte richiama i principi di diritto già enunciati in materia di cessazione della materia del contendere pronunciata a seguito di intervenuta definizione di altra lite: secondo tale indirizzo, in tal caso non consegue alcun accertamento di giudicato sulla res litigiosa, trattandosi di un’assoluzione dal processo, come tale, quindi, priva di effetti di giudicato sostanziale ex art. 2909 c.c.. Da ciò deriva l’insussistenza di alcun vincolo derivante dal valore di plusvalenza fissato dall’Amministrazione finanziaria nell’avviso di accertamento oggetto di condono (Cass., sez. trib., 5 aprile 2013, n. 8376, in CED Cass., Rv. 626111; Cass., sez. trib., 5 aprile 2017 (ord.), n. 8782, ibidem, Rv. 643620).