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COMUNITARIO e INTERNAZIONALE

tutela dei consumatori | 02 Ottobre 2020

Etichettature alimentari: la normativa nazionale può richiedere indicazioni ulteriori sulla provenienza

di La Redazione

L’art. 26 del regolamento (UE) n. 1169/2011 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 ottobre 2011, relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori, non osta a che gli Stati membri adottino disposizioni che impongono ulteriori indicazioni obbligatorie, sulla base dell’art. 39, purché queste ultime siano compatibili con l’obiettivo perseguito dal legislatore dell’Unione mediante l’armonizzazione espressa della materia dell’indicazione obbligatoria del paese d’origine o del luogo di provenienza e purché esse formino un insieme coerente con tale indicazione.

(Corte di Giustizia UE, Terza Sezione, sentenza 1 ottobre 2020, causa C-485/18)

Lo ha deciso la Corte di Giustizia nella sentenza sulla causa C-485/18, depositata l’1 ottobre 2020 (ECLI:EU:C:2020:763).

 

La questione è sorta in Francia dove una società del Gruppo Lactalis ha proposto ricorso per l’annullamento di un decreto ministeriale che imponeva l’etichettatura dell’origine del latte e del latte usato quale ingrediente di alimenti preimballati. Il Consiglio di Stato francese ha sottoposto alla CGUE diverse questioni riguardanti l’interpretazione del regolamento (UE) n. 1169/2011.

 

La Corte ha sottolineato che «il regolamento n. 1169/2011 prevede, in maniera armonizzata, l’indicazione obbligatoria del paese d’origine o del luogo di provenienza degli alimenti diversi da talune categorie di carni, e quindi segnatamente del latte e del latte usato quale ingrediente, nel caso in cui l’omissione di tale indicazione possa indurre in errore i consumatori».
Ciò posto, tale armonizzazione non impedisce agli Stati membri di adottare disposizioni che prevedano ulteriori indicazioni obbligatorie d’origine o di provenienza se queste ultime rispettano le condizioni elencate nel regolamento n. 1169/2011. Da un lato, tali indicazioni devono essere giustificate da uno o più motivi attinenti «alla protezione della salute pubblica, alla protezione dei consumatori, alla prevenzione delle frodi, alla protezione dei diritti di proprietà industriale e commerciale, delle indicazioni di provenienza e delle denominazioni d’origine controllata, nonché alla repressione della concorrenza sleale». Dall’altro, deve sussistere un «nesso comprovato tra talune qualità degli alimenti di cui trattasi e la loro origine o provenienza e ove gli Stati membri forniscano elementi a prova del fatto che la maggior parte dei consumatori attribuisce un valore significativo alla fornitura di tali informazioni».

 

Infine, in tema di “qualità” degli alimenti, la sentenza osserva che tale concetto «rinvia esclusivamente alle qualità che sono legate all’origine o alla provenienza di un dato alimento e che distinguono, di conseguenza, quest’ultimo dagli alimenti che hanno un’altra origine o un’altra provenienza».