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COMUNITARIO e INTERNAZIONALE

immigrazione | 06 Settembre 2017

È legittimo il meccanismo di redistribuzione obbligatoria dei richiedenti asilo

di Ivan Libero Nocera - Avvocato in Torino - Studio Groder e assegnista di ricerca presso l'Università di Brescia​

La Corte di Giustizia respinge il ricorso affermando che tale meccanismo contribuisce effettivamente e in modo proporzionato a far sì che la Grecia e l’Italia possano far fronte alle conseguenze della crisi migratoria del 2015.

(Corte di Giustizia UE, Grande Sezione, sentenza 6 settembre 2017, cause riunite C-643/15 e C-647/15)

Lo afferma la Corte di Giustizia nelle cause riunite C-643/15 e C-647/15 del 6 settembre 2017 (ECLI:EU:C:2017:631).

Il contesto. La decisione 2015/1601 del Consiglio UE del 22 settembre 2015 ha istituito misure temporanee nel settore della protezione internazionale a beneficio dell’Italia e della Grecia, vale a dire i due paesi membri che affrontano il maggiore flusso di migranti. Tale decisione prevede la ricollocazione, a partire da questi ultimi due Stati membri e per due anni, di 120.000 persone in evidente bisogno di protezione internazionale verso gli altri Stati membri dell’Unione. Tale decisione si fonda sull’art. 78, paragrafo 3, TFUE secondo il quale qualora uno o più Stati membri debbano affrontare «una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso di cittadini di paesi terzi, il Consiglio, su proposta della Commissione, può adottare misure temporanee a beneficio dello Stato membro o degli Stati membri interessati. Esso delibera previa consultazione del Parlamento europeo».

La vicenda. Il contenzioso risolto dalla sentenza odierna della Corte di Giustizia ha avuto inizio in seguito al voto in seno al Consiglio contro l’adozione della suddetta decisione da parte di Slovacchia, Ungheria, Repubblica Ceca e Romania. Tali Stati membri hanno chiesto alla Corte di annullare la decisione sostenendo da un lato che fosse viziata da errori di ordine procedurale o legati alla scelta di una base giuridica inappropriata, dall’altro che essa non fosse idonea a rispondere alla crisi migratoria né necessaria a tale scopo. Nel corso del procedimento dinanzi alla Corte, la Polonia è intervenuta a sostegno della Slovacchia e dell’Ungheria, mentre il Belgio, la Germania, la Grecia, la Francia, l’Italia, il Lussemburgo, la Svezia e la Commissione sono intervenuti a sostegno del Consiglio.

Sulla procedura di adozione della decisione. La Corte di Giustizia ha respinto integralmente i ricorsi. In primo luogo, la Corte confuta l’argomento secondo il quale avrebbe dovuta essere applicata la procedure legislativa ordinaria prevista dall’art. 289 TFUE poiché l’art. 78, paragrafo 3, TFUE stabilisce la consultazione del Parlamento europeo qualora sia adottata una misura fondata su tale disposizione. In particolare, la Corte osserva che la procedura legislativa può essere applicata soltanto se una disposizione dei Trattati fa ad essa espresso riferimento e l’art. 78 non contempla alcun espresso riferimento alla procedura legislativa, pertanto la decisione impugnata costituisce un atto non legislativo.

La situazione di emergenza. La Corte aggiunge che l’art. 78, paragrafo 3, TFUE permette di adottare tutte le misure temporanee necessarie a rispondere in modo effettivo e rapido ad una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso di migranti. Tali misure temporanee possono derogare anche a atti legislativi a condizione che siano circoscritte sotto il profilo del loro ambito di applicazione sia sostanziale che temporale, e che non abbiano per oggetto o per effetto di sostituire o di modificare in modo permanente siffatti atti, condizioni rispettate nel caso di specie. Poiché la decisione impugnata costituisce un atto non legislativo, la sua adozione non era assoggettata ai requisiti riguardanti la partecipazione dei parlamenti nazionali e il carattere pubblico delle deliberazioni e dei voti in seno al Consiglio. Inoltre, l’ambito di applicazione della decisione impugnata è temporalmente circoscritto.

Il meccanismo di ricollocazione dei migranti. Nel merito la Corte afferma che il meccanismo di ricollocazione previsto dalla decisione impugnata non costituisce una misura manifestamente inadatta a contribuire al raggiungimento del suo obiettivo, vale a dire aiutare la Grecia e l’Italia ad affrontare le conseguenze della grave crisi migratoria del 2015. In particolare sostiene che la validità della decisione non possa essere rimessa in discussione sulla base di valutazioni retrospettive riguardanti il suo grado di efficacia. Infatti, quando il legislatore dell’Unione deve valutare gli effetti futuri di una nuova normativa, la sua valutazione può essere rimessa in discussione solo qualora appaia manifestamente erronea alla luce degli elementi di cui esso disponeva al momento dell’adozione di tale normativa. Al contrario, nella fattispecie il Consiglio ha proceduto ad un’analisi obiettiva degli effetti della misura con riferimento alla situazione di emergenza in questione. In particolare, il ridotto numero di ricollocazioni effettuati a tutt’oggi in applicazione della decisione impugnata si giustifica mediante un insieme di elementi che il Consiglio non poteva prevedere al momento dell’adozione di quest’ultima, tra cui, segnatamente, la mancanza di cooperazione di alcuni Stati membri.

Lo scopo non poteva essere realizzato con misure meno restrittive. Infine, la Corte evidenzia che il Consiglio non è incorso in errore manifesto di valutazione nel considerare che l’obiettivo perseguito dalla decisione impugnata non poteva essere realizzato da misure meno restrittive. Infatti, il Consiglio non ha ecceduto il suo ampio potere discrezionale nel ritenere che il meccanismo previsto dalla decisione 2015/1523, che era già inteso a ricollocare, su base volontaria, 40.000 persone, non sarebbe stato sufficiente ad affrontare il flusso senza precedenti di migranti che ha avuto luogo nei mesi di luglio e agosto dell’anno 2015.

Concludendo. In conclusione, secondo la Corte di Giustizia il meccanismo previsto dalla decisione 2015/1601 contribuisce effettivamente e in modo proporzionato a far sì che la Grecia e l’Italia possano far fronte alle conseguenze della crisi migratoria del 2015, confermando la validità dello schema dei ricollocamenti dei migranti dall’Italia e dalla Grecia verso gli altri Stati membri dell’Unione Europea.