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COMUNITARIO e INTERNAZIONALE

ricusazione | 07 Giugno 2016

I giudici possono condannare chi ha ucciso la figlia di una collega o devono astenersi?

di Giulia Milizia

La CEDU detta i parametri per rilevare la parzialità del giudice o del Collegio, sì da chiederne la ricusazione se non si astiene spontaneamente. Nella fattispecie annotata i legami gerarchici, di colleganza e di amicizia con la madre della vittima di un omicidio stradale, ex Presidente del Tribunale penale che ha emesso la contestata condanna, denotano una parzialità non solo del Collegio giudicante, ma di tutto il Tribunale: dovevano trasferire il caso ad un’altra Corte. Violato l’equo processo penale (art. 6 Cedu).

È quanto affermato dalla CEDU sez. I nel caso Mitrov c. Macedonia (ric. 45959/09) del 2/6/16. Si notino come le ipotesi di ricusazione e di astensione della nostra legge (artt. 51-54 c.p.c. e 78 disp. att. c.p.c.) e quella macedone siano sostanzialmente identiche.

Il caso. Fu condannato in appello a sei anni di reclusione «per gravi crimini contro la sicurezza di persone e cose nel traffico» (equivalente al nostro omicidio stradale) per la morte di una diciottenne in un sinistro stradale di cui fu riconosciuto unico responsabile: era ubriaco e guidava ad una velocità eccessiva. Ricusò i giudici sollevando vari dubbi sulla parzialità del Collegio giudicante: M.A., madre della vittima e parte civile nel processo penale de qua, era giudice in quella sezione del Tribunale (il collegio era formato dai giudici della sezione e dagli altri due del Tribunale di cui uno, però, era in congedo per malattia) di cui era stata Presidente dal 2004 ed il Presidente del Collegio (C.K.) era stato un ex impiegato e stretto collaboratore della donna sino al 2005 quando fu nominato giudice. Il giudice istruttore, altro collega di M.A. in quel Tribunale, lo aveva rinviato a giudizio dopo l’interrogatorio di garanzia senza che lui od il suo legale potessero controinterrogare i 5 testimoni oculari sulle cui dichiarazioni si è basata la prima perizia, né gli è stata data la possibilità di produrre prove a suo discarico. La sua perizia in cui si attestava la colpa o per lo meno il concorso della giovane (non aveva rispettato un stop ed era senza cinture) fu ignorata. Inoltre l’altra perizia, un sostanziale aggiornamento della prima, non fu redatta dai primi CTU, ma da esperti dell’ufficio di Presidenza, lo stesso che rigettò la ricusazione. Tutti i ricorsi furono rigettati anche se la CDA aveva rilevato queste anomalie.

Quando il giudice è imparziale? Le linee guida su questo argomento ed i criteri per desumere la parzialità di un giudice sono stati dettati dalla GC Morice c. Francia relativa al caso di un legale, che nell’assolvimento del mandato, aveva criticato il giudice che poi l’ha condannato per diffamazione. L’imparzialità, presunta sino a prova contraria, «è l’assenza di pregiudizio o pregiudizi che può essere valutata in vari modi»: approccio soggettivo «quando il giudice mostra pregiudizi verso il caso in sé o verso l’indagato per motivi personali o per malizia» ed approccio oggettivo «quando, dal punto di vista di un osservatore esterno, la sua condotta può ingenerare dubbi sulla sua imparzialità»: questo costituisce, in base alla prassi costante della CEDU, la maggior parte dei casi di parzialità. Il confine tra imparzialità oggettiva e soggettiva, anche da un punto di vista ermeneutico, è labile sì che laddove non è possibile provare la prima, la seconda costituisce un’importante garanzia aggiuntiva. In breve si deve valutare se indipendentemente dalle convinzioni personali del giudice, elementi oggettivamente valutabili portano a desumerne una parzialità: «il fattore decisivo è la possibilità di considerare le apprensioni dell’interessato come oggettivamente giustificate» e per fare ciò ci si deve concentrare sulla natura ed il grado delle relazioni gerarchiche o di altro tipo tra il giudice (od il Collegio giudicante) e le altre parti del processo e valutare se sono tali da ingenerare dubbi sulla sua imparzialità (Zahirovic c. Croazia del 25/4/13, Micallef c. Malta [GC] del 2009 e Sejdovic c. Italia [GC] del 2006). Si ricordi che l’imparzialità dei giudici è uno dei cardini per la corretta amministrazione della giustizia e per ingenerare la fiducia dei cittadini nella stessa e nella magistratura: questi, a loro volta, sono tra i capisaldi di una società democratica.

Illeciti il rifiuto della ricusazione e la condanna per omicidio. La CEDU rileva come siano giustificate le obiettive apprensioni del ricorrente sulla carenza d’imparzialità del Collegio, tanto più che il diritto interno prevede, in questi casi, non solo il dovere di astenersi ogni volta che vi sono dubbi sull’imparzialità dei giudici od uno di essi è parte processuale, ma anche di trasferire il caso ad un altro Tribunale competente, prassi sempre seguita in casi analoghi al nostro (Fazli Aslaner c. Turchia del 4/7/14 e Biagioli c. San Marino dell’8/7/14). Infatti per quanto sopra è innegabile lo stretto legame tra M.A. e gli altri colleghi del Collegio per lo meno sul livello professionale, non potendosi escludere che lo fosse anche su altri livelli e su quello gerarchico visto che era stata Presidente della sezione che ha condannato il ricorrente e gli ha imposto, tramite la sua assicurazione, di versare a M.A. ed ai congiunti (padre e sorella della vittima) un ricco indennizzo. Risarcito con complessivi € 4260 (danni non patrimoniali, spese vive, tassa di soggiorno etc.).



Qui la sentenza CEDU, sez. I, caso Mitrov c. Macedonia, ricorso 45959/09