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COMUNITARIO e INTERNAZIONALE

violazione della privacy | 31 Dicembre 2014

Il “diritto all’oblio” su internet in Italia: prescrizioni del Garante per la privacy

di Alessandro Del Ninno - Prof. Avvocato, Studio Legale Tonucci & Partners

Se il caso del cittadino spagnolo si fosse verificato in Italia, quali regole si sarebbero applicate? In realtà, casi del tutto identici si sono già verificati – e più volte - nel nostro Paese, sia in  sede amministrativa (ricorsi all’Autorità Garante per la protezione dei dati personali) che giudiziaria.  

Per approfondire il discorso sulla decisione della Corte di Giustizia UE, causa C-131/12 del 13 maggio scorso, dopo l’introduzione di ieri, è bene sottolineare il quadro aggiornato delle regole e le prescrizioni del Garante per la privacy.
Si è spesso trattato di cittadini che hanno lamentato la lesione del proprio diritto alla protezione dei dati personali derivante (più che dalla pubblicazione, di per sé lecita) dalla permanenza indefinita e a libera disposizione di chiunque su internet – anche a distanza di anni - di articoli giornalistici online recanti notizie (spesso di cronaca giudiziaria, ma non solo) risalenti nel tempo. Tali notizie reperite dai motori di ricerca (perché – per esempio – pescati negli archivi redazionali storici dei quotidiani online) hanno determinato la presa di conoscenza da parte degli utenti del web di aspetti, dati e di profili delle persone interessate nel frattempo totalmente diversi.
Obbligo del consenso della persona interessata? Va detto che il trattamento dei dati personali per finalità giornalistica (anche online) è specificatamente regolato dal nostro Codice della privacy, che in materia prevede all’art. 136 e ss. una specifica deroga all’obbligo del consenso della persona interessata. Tuttavia, tale deroga si applica esclusivamente al trattamento «effettuato nell'esercizio della profes-sione di giornalista e per l'esclusivo perseguimento delle relative finalità» o «effettuato dai soggetti iscritti nell'elenco dei pubblicisti o nel registro dei praticanti di cui agli artt. 26 e 33, legge n. 69/1963» o – infine – in caso di trattamento «temporaneo finalizzato esclusivamente alla pubblicazione o diffusione occasionale di articoli, saggi e al-tre manifestazioni del pensiero anche nell'espressione artistica».
Pubblicazione di dati personali negli articoli giornalistici? Quindi generalmente la pubblicazione su internet di dati personali dei soggetti menzionati – ad esempio – negli articoli giornalistici è di per sé lecita, anche se il Garante per la privacy ha avuto modo di chiarire nel provvedimento del 6 Maggio 2004 intitolato «Privacy e giornalismo. Alcuni chiarimenti in risposta a quesiti dell’Ordine dei giornalisti» che il trattamento dei dati per finalità giornalistiche - anche in assenza del consenso degli interessati (la cui raccolta contrasterebbe con l’altro diritto fondamentale, cioè quello di cronaca e di informazione) - deve comunque rispettare i principi di proporzionalità e non eccedenza, di indispensabilità rispetto all’esercizio del dovere giornalistico di cronaca, di veridicità dei fatti, di reale interesse del pubblico ad essere informato su aspetti di dettaglio. Ad esempio, il Garante ha raccomandato ai giornalisti – circa il trattamento dei dati personali rappresentati dai nomi di indagati nell’ambito dell’esercizio dell’attività giornalistica – che «la possibilità di diffondere queste informazioni deve tuttavia fare i conti con alcune garanzie fondamentali riconosciute a tali soggetti. Il giornalista deve valutare, ad esempio, se sia opportuno rendere note le complete generalità di chi si trova interessato da un indagine ancora in fase assolutamente iniziale, e modulare il giudizio sull'entità dell'addebito».
Le finalità informative e/o giornalistiche vanno contemperate con il “diritto all’oblio” degli interessati. Per altro verso, e con specifico riferimento al trattamento dei dati personali su reti di co-municazione elettronica, stante l’accessibilità planetaria alle informazioni online, le finalità informative e/o giornalistiche perseguite dal trattamento dei relativi dati personali di terzi vanno in ogni caso contemperate con il cosiddetto “diritto all’oblio” degli interessati in rete, inteso nello specifico come diritto volto ad evitare che la indefinita permanenza su Internet di dati e informazioni risalenti nel tempo (e soprattutto incompleti e non aggior-nati in quanto privi dei successivi resoconti giornalistici circa le evoluzioni della notizia originariamente riportata) determini una lesione proprio di quei diritti che il Codice della privacy complessivamente protegge (art. 2, che garantisce che «che il trattamento dei dati personali si svolga nel rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, nonché della dignità dell'interessato, con particolare riferimento alla riservatezza, all'identità personale e al diritto alla protezione dei dati personali»).
Ciò può accadere in occasione della riproposizione di una informazione personale a distanza di tempo mediante la ripubblicazione di vecchi articoli contenenti dati personali messi a disposizione online (es: gli archivi storici dei giornali online, con la disponibilità in pdf dei vecchi numeri del quotidiano) che consente la facile reperibilità degli articoli inseriti attraverso i motori di ricerca esterni. Inoltre, la lesione del “diritto all’oblio” (e l’impossibilità dell’interessato di tornare nell’anonimato) è resa ancor più grave quando le informazioni riprodotte sulle reti di comunicazione elettronica a distanza di molto tempo (o comunque disponibili in maniera permanente anche se non riprodotte), anche se in origine legittima-mente pubblicate, risultano poi nel tempo incomplete, come nel caso di una persona menzionata in un articolo giornalistico in quanto indagata, ma successivamente assolta senza che di questa positiva evoluzione sia data notizia.
Nel caso della ripubblicazione online di vecchi articoli giornalistici, e posto che il criterio fondamentale indicato dal Garante per pubblicare o meno una notizia è l’esistenza dell’interesse pubblico, chiunque voglia successivamente riproporre e ripubblicare (o sem-plicemente far permanere) su internet articoli giornalistici contenenti dati personali di terzi deve preventivamente verificare (a maggior ragione quando l’intendimento è quello di dare diffusione planetaria sul web ai dati personali relativi degli interessati) che tale interesse sussista al momento della ripubblicazione, effettuando una nuova valutazione (rispetto a quella svolta dal giornalista autore della originaria pubblicazione) che tenga in primo luogo nel debito conto – nell’ottica del “diritto all’oblio” - se la persona di cui si vuole riparlare sia un personaggio pubblico oppure no.
Tutela del fondamentale diritto all’oblio. L’Autorità Garante per la protezione dei dati personali è più volte intervenuta con provvedimenti volti alla tutela del fondamentale diritto all’oblio. Con il provvedimento «Archivi storici online dei quotidiani e reperibilità dei dati dell’interessato mediante motori di ricerca esterni» dell’ 8 Aprile 2009 ha considerato fondato l’esercizio del diritto di opposizione al trattamento per motivi legittimi e la legittimità dell’aspirazione della ricorrente in quel procedimento «affinché in rete, per mezzo delle “scansioni” operate automaticamente dai motori di ricerca esterni al sito dell'editore resistente, non restino associate perennemente al proprio nominativo le notizie oggetto dell'articolo». Più in particolare, il Garante ha ritenuto in quel provvedimento (ovviamente recante principi di carattere generale) che «tali motivi di opposizione appaiono meritevoli di specifica tutela, tenuto conto delle peculiarità del funzionamento della rete Internet che possono comportare la diffusione di un gran numero di dati personali riferiti a un medesimo interessato e relativi a vicende anche risalenti nel tempo – e dalle quali gli interessati stessi hanno cercato di allontanarsi, intraprendendo nuovi percorsi di vita personale e sociale – che però, per mezzo della rappresentazione istantanea e cumulativa derivante dai risultati delle ricerche operate mediante i motori di ricerca, rischiano di riverberare comunque per un tempo indeterminato i propri effetti sugli interessati come se fossero sempre attuali; e ciò, tanto più considerando che l'accesso alla rete Internet e il successivo utilizzo degli esiti delle ricerche effettuate attraverso gli appositi motori può avvenire per gli scopi più diversi e non sempre per finalità di ricerca storica in senso proprio».
Con la conclusione che il Garante impose in quel caso di adottare all’editore del sito web «ogni misura tecnicamente idonea a evitare che le generalità della ricorrente contenute nell'articolo pubblicato online oggetto del ricorso siano rinvenibili direttamente attraverso l'utilizzo dei comuni motori di ricerca esterni al proprio sito internet (anche, ad esempio, mediante predisposizione di distinte versioni o di differenti modalità di presentazione delle pagine web interessate a seconda dello strumento di ricerca utilizzato dagli utenti – motori di ricerca Internet o funzioni di ricerca interne al sito».
In particolare l’Autorità, ritenendo che «una perenne associazione alla ricorrente della vi-cenda in questione comporta un sacrificio sproporzionato dei suoi diritti (art. 2, comma 1, del Codice)», ha indicato quale misura a tutela dei diritti dell'interessata che la pagina web contenente i dati personali della ricorrente fosse tecnicamente sottratta, all'atto della ricerca del nominativo della ricorrente, alla diretta individuabilità tramite i più utilizzati motori di ricerca esterni, impedendo agli stessi la raccolta delle informazioni sulle pa-gine disponibili nel world wide web (fase di grabbing) attraverso l’operato dell’amministratore del sito web sorgente mediante la compilazione del file robots.txt, previsto dal “Robots Exclusion Protocol”, o tramite l'uso dei “Robots Meta tag”, secondo la tempistica di rimozione rispetto a contenuti già indicizzati da parte dei motori di ricerca Internet in base alle modalità di volta in volta previste).
Ma il diritto all’oblio è stato altresì oggetto anche di decisioni in sede giurisdizionale. Anche di recente, la Suprema Corte di Cassazione, pronunciandosi in materia, ha statuito che «il soggetto titolare dei dati personali oggetto di trattamento deve ritenersi titolare del diritto all'oblio anche in caso di memorizzazione nella rete Internet, mero deposito di archivi dei singoli utenti che accedono alla rete e, cioè, titolari dei siti costituenti la fonte dell'informazione. A tale soggetto, invero, deve riconoscersi il relativo controllo a tutela della propria immagine sociale che, anche quando trattasi di notizia vera, e a fortiori se di cronaca, può tradursi nella pretesa alla contestualizzazione e aggiornamento dei dati, e se del caso, avuto riguardo alla finalità di conservazione nell'archivio ed all'interesse che la sottende, finanche alla relativa cancellazione» (Cass. Civ., sez. III, n. 5525/2012). Afferma infatti la Suprema Corte che «se l'interesse pubblico sotteso al diritto all'informazione (art. 21 Cost.) costituisce un limite al diritto fondamentale alla riservatezza (artt. 21 e 2 Cost.), al soggetto cui i dati pertengono è correlativamente attribuito il diritto all'oblio (Cass., n. 3679/1998), e cioè a che non vengano ulteriormente divulgate notizie che per il trascorrere del tempo risultino ormai dimenticate o ignote alla generalità dei consociati. Atteso che il trattamento dei dati personali può avere ad oggetto anche dati pubblici o pubblicati (Cass., n. 11864/2004), il diritto all'oblio salvaguarda in realtà la proiezione sociale dell'identità personale, l'esigenza del soggetto di essere tutelato dalla divulgazione di informazioni (potenzialmente) lesive in ragione della perdita (stante il lasso di tempo intercorso dall'accadimento del fatto che costituisce l'oggetto) di attualità delle stesse, sicché il relativo trattamento viene a risultare non più giustificato ed anzi suscettibile di ostacolare il soggetto nell'esplicazione e nel godimento della propria personalità. Il soggetto cui l'informazione oggetto di trattamento si riferisce ha in particolare diritto al rispetto della propria identità personale o morale, a non vedere cioè «travisato o alterato all'esterno il proprio patrimonio intellettuale, politico, sociale, religioso, ideologico, professionale» (Cass., n. 7769/1985), e pertanto alla verità della propria immagine nel momento storico attuale».
A ben vedere l’importante serie di principi enunciati in materia di diritto all’oblio dalla Suprema Corte di Cassazione ha una portata davvero generale che non osta alla loro eventuale applicabilità anche al gestore di un motore di ricerca (come Google Italia, ad esempio, al pari di Google Spain nel caso affrontato dalla Corte di Giustizia UE), ora qualificato come autonomo titolare del trattamento dei dati raccolti dai links/risultati di ricerca.