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AMMINISTRATIVO

concorsi pubblici | 10 Ottobre 2019

Concorso in Polizia: il candidato “tatuato” va escluso

di Alessio Ubaldi e Edoardo Chiavirano - Avvocati

Nell’ambito di un concorso pubblico per il reclutamento nelle forze armate va escluso - ex lege - il candidato che riporti un tatuaggio non coperto ovvero, anche se collocato in “parti visibili”, avente carattere e contenuto considerato “deturpante” per sede o natura e, comunque, quando il tatuaggio è indice di “abnorme personalità” in virtù del suo contenuto.  

(Consiglio di Stato, sez. IV, sentenza n. 6640/19; depositata il 3 ottobre)

Lo ha stabilito la quarta sezione del Consiglio di Stato, con la sentenza n. 6640/19, pubblicata il 3 ottobre.

 

Il concorso nelle forze armate. Nel caso di specie, una candidata ha proposto ricorso dinanzi al tribunale amministrativo regionale, impugnando il verbale con cui - nell’ambito di un concorso pubblico per il reclutamento di n. 893 allievi agenti della Polizia di Stato - la commissione per l’accertamento dei requisiti psicofisici l’ha ritenuta “non idonea” al servizio, siccome portante sulla cute tatuaggi visibili in divisa.
Il TAR ha accolto il ricorso in quanto la mera presenza di un tatuaggio sulla cute - hanno osservato i giudici amministrativi - acquista valenza soltanto nell’ambito degli ordinamenti militari e/o assimilati e, comunque, quando lo stesso, per estensione, sede o gravità determini una rilevante alterazione fisiognomica, compromettendo così il decoro della persona e dell’uniforme.

 

Il tatuaggio “rilevante” quale causa ostativa alla partecipazione alla selezione. Il Consiglio di Stato, con la sentenza in epigrafe, si è mostrato di diverso avviso. Segnatamente, Palazzo Spada rammenta come il punto 2, lett. b) della tabella 1, alla quale rinvia l’art. 3, comma 2, d.m. 30 giugno 2003, n. 198, individui quali causa di inidoneità per l’ammissione ai concorsi pubblici per l’accesso ai ruoli del personale della Polizia di Stato i tatuaggi sulle parti del corpo non coperte dall’uniforme ovvero, quando per la loro sede o natura, siano deturpanti o per il loro contenuto siano indice di personalità inidonea.
Vengono dunque individuate due specifiche categorie: ossia quella assimilabile al tatuaggio non coperto dall’uniforme, ovvero quella riconducibile al disegno sulla cute – ancorchè non collocato in “parti visibili” come innanzi precisate - con carattere e contenuto considerato “deturpante” per sede o natura, ovvero indice di “abnorme” personalità in virtù del suo contenuto (i.e., di quanto in esso rappresentato).
Il primo caso - ha osservato il Supremo Consesso - è esente da qualsivoglia discrezionalità da parte della Commissione, trattandosi di mera presa d’atto dell’accertamento tecnico, non dovendo procedere ad alcuna valutazione: la presenza di tatuaggio, insomma, è causa di esclusione dal concorso tout court.
La seconda fattispecie, di contro, evidenzia la necessità di un onere motivazionale approfondito, in relazione alla rilevanza dell’alterazione acquisita dalla cute, alla “abnormità” della personalità, al contenuto, pertanto portando ad un giudizio connotato da discrezionalità tecnica verosimilmente ampia. In questa ipotesi, di conseguenza, l’esclusione non è vincolata quale conseguenza dell’esito di un accertamento tecnico, ma essa rappresenta l’eventuale misura adottata all’esito di una valutazione che costituisce l’esercizio classico della discrezionalità tecnica da parte dell’Amministrazione procedente, perciò non sindacabile dal giudice amministrativo, salvo i limiti configurabili nel difetto di motivazione ovvero nell’eccesso di potere per illogicità e/o irragionevolezza.

 

Il tatuaggio “in corso di rimozione”. Il caso esaminato è significativo anche perchè ha riguardato un tatuaggio “in via di rimozione”, visibile in zona non coperta da uniforme (estiva), posto su «lato ulnare del polso dx 3x1 cm; superficie ulnare polso sx 3x1 cm; superficie radiale polso sx 1x15 cm».
In merito, Palazzo Spada, precisa che l’accertamento tecnico deve ispirarsi ai seguenti criteri: (i) la scadenza del termine di presentazione della domanda di partecipazione al concorso, in virtù della necessaria par conditio tra candidati, depurata dal fatto che – in verità – il primo momento valutativo utile è quello della visita di idoneità psico fisica (successiva alle prove preliminari altre, quali scritto e colloquio); (ii) la visibilità del tatuaggio, proprio siccome rilevante ex se, la quale pertanto deve presentare una certa evidenza, ovvero determinare l’impossibilità di essere coperto indossando la divisa (estiva compresa); (iii) infine, la congrua motivazione in ordine al giudizio di esclusione, con riferimenti specifici alla “visibilità” del disegno sulla cute: la motivazione deve abbracciare perciò non soltanto l’ubicazione (i.e. in termini di potenziale visibilità), ma anche la sua effettiva consistenza.
Quid iuris laddove sia in corso un processo di rimozione del disegno, sì da non essere più (ben) identificabile e/o definibile? In base alla giurisprudenza - che sembrerebbe maggioritaria -, la “pena” rimane l’esclusione, in virtù del principio secondo il quale l’accertamento dei requisiti psicofisici deve avvenire avuto riguardo al momento della scadenza del termine per la presentazione della domanda. Esistono, tuttavia, isolati casi ove il Ministero ha attribuito rilevanza al processo di rimozione del tatuaggio, provvedendo a sospendere l’accertamento, onde offrire al candidato la possibilità di “ripresentarsi”, in virtù di un primo giudizio di inidoneità, tuttavia non-definitivo.
La sentenza merita particolare attenzione in relazione a tutti coloro che intendono prendere parte ai prossimi concorsi, presto oggetto di pubblicazione attese le disposizioni della Legge di Bilancio 2019, ove il Legislatore ha previsto nel prossimo biennio concorsi pubblici per Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e Forze Armate.