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AMMINISTRATIVO

amministrazione della giustizia | 08 Novembre 2017

Magistratura: la disciplina dell’adeguamento automatico degli stipendi è incostituzionale?

di Giuseppe Marino - Avvocato e Dottore di ricerca in Giustizia costituzionale

Il sistema di adeguamento automatico triennale degli stipendi dei magistrati, volto ad attuare il precetto costituzionale dell’indipendenza della magistratura, risponde all’esigenza di rilievo costituzionale di delineare un meccanismo che svincoli la progressione stipendiale da una contrattazione e che, comunque, eviti il mero arbitrio di un potere sull’altro.

(Corte Costituzionale, ordinanza n. 233/17; depositata l’8 novembre)

Lo ha confermato la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 233/17, depositata l’8 novembre.

Le censure del giudice a quo. La pronuncia in commento trae origine dalle questioni di legittimità costituzionale delle norme sull’adeguamento automatico dei compensi dei magistrati e, segnatamente, degli artt. 11 e 12 l. n. 97/1979 (Norme sullo stato giuridico dei magistrati e sul trattamento economico dei magistrati ordinari e amministrativi, dei magistrati della giustizia militare e degli avvocati dello Stato), come modificati dall’art. 2 della l. n. 27/1981 e dell’art. 24 l. n. 448/1998.
Secondo il giudice rimettente, il meccanismo di adeguamento automatico triennale del personale della magistratura – ancorato alla media degli incrementi realizzati nel triennio precedente dalle altre categorie di pubblici dipendenti per le voci retributive calcolate dall’ISTAT ai fini dell’elaborazione degli indici delle retribuzioni contrattuali, con esclusione della indennità integrativa speciale – entrerebbe in conflitto con numerosi precetti costituzionali, nella parte in cui non esclude la possibilità di «conguagli di segno negativo» e non contempla «modalità alternative di determinazione dell’adeguamento stipendiale triennale», quando nel triennio la variazione nelle retribuzioni di riferimento sia di importo trascurabile oppure negativa.
Il giudice a quo ravvisa, quindi, un contrasto con il principio di ragionevolezza (art. 3 Cost.), con il diritto di percepire una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto (art. 36 Cost.) e di beneficiare di una tutela previdenziale adeguata (art. 38 Cost.), nonché con l’autonomia e l’indipendenza della magistratura (artt. 101, 104 e 108 Cost.), tutelata anche sotto l’aspetto retributivo.

L’adeguamento automatico degli stipendi dei magistrati non è un privilegio, ma una garanzia. Con la pronuncia in commento, la Corte ricorda che il sistema di adeguamento automatico triennale degli stipendi, volto ad attuare il precetto costituzionale dell’indipendenza della magistratura (così Corte Cost., n. 238/1990) e a scongiurare il rischio di periodiche rivendicazioni salariali nei confronti degli altri poteri (Corte Cost., n. 42/1993), risponde all’esigenza di rilievo costituzionale di delineare un meccanismo, sia pure non a contenuto costituzionalmente imposto, che svincoli la progressione stipendiale da una contrattazione e, comunque, in modo da evitare il mero arbitrio di un potere sull’altro (così Corte Cost., n. 223/2012).
Spetta, quindi, alla discrezionalità del legislatore, chiamato a scegliere i termini di riferimento più ampi e appropriati, modulare in concreto tale meccanismo, in modo da affrancare la magistratura da una mera “dialettica contrattualistica” (cfr. Corte Cost., n. 223/2012, n. 42/1993 e n. 238/1990) e salvaguardare la costante adeguatezza del suo trattamento economico, che è garanzia imprescindibile dell’autonomia e dell’indipendenza presidiate dalla Costituzione (Corte Cost., n. 1/1978).

Modalità alternative all’adeguamento automatico? La decisione spetta al legislatore, non alla Consulta. Con le questioni di legittimità costituzionale sollevate, il giudice rimettente auspica un intervento della Consulta volto a definire modalità alternative di determinazione dell’adeguamento automatico degli stipendi, allorché si registrino variazioni nulle o trascurabili delle retribuzioni dei pubblici dipendenti, indicate come termini di raffronto.
In particolare, è lo stesso giudice a quo, nel prefigurare «modalità alternative» di determinazione dell’adeguamento automatico triennale, a evocare una pluralità di opzioni, rimesse all’apprezzamento discrezionale del legislatore e prive di un contenuto costituzionalmente imposto.
Appare evidente, pertanto, che il richiesto intervento in merito alle «modalità alternative» e al presupposto della variazione trascurabile delle retribuzioni di riferimento, per la molteplicità di soluzioni che implica, esuli dai compiti del giudice delle leggi.
Conseguentemente, le questioni di legittimità costituzionale sollevate dal rimettente, sollecitando di fatto un intervento della Consulta eminentemente creativo (cfr., Corte Cost., n. 25/2016) – come tale, estraneo alle sue funzioni ed alle sue prerogative – risultano manifeste inammissibili.