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equa riparazione | 22 Febbraio 2016

I procedimenti regolati dalla legge Pinto devono essere più rapidi dei processi ordinari

di Giuseppe Marino - Avvocato e Dottore di ricerca in Giustizia costituzionale

La previsione contenuta nella legge Pinto, secondo cui è ragionevole la durata di tre anni per i processi di primo grado, è incostituzionale nella parte in cui si applica anche ai procedimenti di primo grado regolati dalla medesima legge, per i quali la Corte europea dei diritti dell’uomo ha previsto un limite biennale di durata complessiva.

(Corte Costituzionale, sentenza n. 36/16; depositata il 19 febbraio)

Lo ha stabilito la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 36/2016, depositata il 19 febbraio.

Il primo grado di giudizio non deve durare più di 3 anni: vale per tutti i processi? La pronuncia in commento trae origine dalla questione di legittimità costituzionale dell’art. 2, commi 2 - bis e 2 - ter, della l. n. 89/2001 (c.d. legge Pinto), come aggiunti dall’art. 55, comma 1, lett. a), n. 2), del d.l. n. 83/2012, convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della l. n. 134/2012, in riferimento agli artt. 3, comma 1, 111, comma 2, e 117, comma 1, Cost., quest’ultimo in relazione all’art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Come noto, la legge Pinto intende assicurare un’equa riparazione a chi abbia subito un danno conseguente all’irragionevole durata di un processo. Le disposizioni oggetto di censura sono state introdotte al fine di adottare una disciplina legale dei termini entro cui il giudizio deve considerarsi rispettoso del principio della ragionevole durata del processo, enunciato dall’art. 111, comma 2, Cost. e dall’art. 6, par. 1, CEDU.
L’art. 2, comma 2 - bis, stabilisce, a tale proposito, che il termine è considerato ragionevole se il processo non eccede la durata di tre anni in primo grado, due in secondo grado e un anno nel giudizio di legittimità. L’art. 2, comma 2 - ter, aggiunge che si considera comunque rispettato il termine ragionevole se il giudizio viene definito in modo irrevocabile in un tempo non superiore a sei anni.
I giudici a quibus, muovendo dal presupposto che tale disciplina sia applicabile anche ai procedimenti finalizzati all’ottenimento dell’equa riparazione, ritengono che la scelta del legislatore di equiparare la ragionevole durata complessiva dei procedimenti regolati dalla l. n. 89/2001 a quella di ogni altro procedimento civile di cognizione sia incostituzionale, posto che gli artt. 3 e 111 Cost. e l’art. 6 della CEDU imporrebbero, per tali procedimenti, una durata più contenuta.
Atteso che, in base alla giurisprudenza europea, il diritto all’equa riparazione dovuta a causa dell’eccessiva protrazione di un procedimento disciplinato dalla l. n. 89/2001 andrebbe soddisfatto con particolare celerità, a tal fine non sarebbero adeguati i termini previsti in via generale con riferimento alla durata dell’ordinario processo di cognizione.
In applicazione di questi principi, la giurisprudenza di legittimità aveva ritenuto congruo il termine di durata di un anno, per l’unico grado di merito del procedimento regolato dalla l. n. 89/2001, e quello di un ulteriore anno, relativamente al giudizio di legittimità previsto da tale legge, per complessivi due anni (cfr., da ultimo, Cass., Sez. Un. Civ., n. 6312/2014).

Il procedimento volto all’equa riparazione per irragionevole durata del processo deve avere una “corsia preferenziale”… La Consulta ritiene fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 2 - bis, nella parte in cui determina in tre anni la ragionevole durata del procedimento regolato dalla l. n. 89/2001 nel primo e unico grado di merito.
Dalla giurisprudenza europea consolidata si evince il principio di diritto secondo cui lo Stato è tenuto a concludere il procedimento volto all’equa riparazione del danno da ritardo maturato in altro processo in termini più celeri di quelli consentiti nelle procedure ordinarie, che nella maggior parte dei casi sono più complesse e che, comunque, non sono costruite per rimediare ad una precedente inerzia nell’amministrazione della giustizia (cfr. Corte europea dei diritti dell’uomo, sentenza 6 marzo 2012, Gagliano Giorgi contro Italia; sentenza 27 settembre 2011, CE.DI.SA Fortore snc Diagnostica Medica Chirurgica contro Italia; sentenza 21 dicembre 2010, Belperio e Ciarmoli contro Italia).
Ne consegue che l’art. 6 della CEDU, il cui significato si forma attraverso il reiterato ed uniforme esercizio della giurisprudenza europea sui casi di specie (Corte cost., n. 348 e n. 349 del 2007), preclude al legislatore nazionale, che abbia deciso di disciplinare legalmente i termini di ragionevole durata dei processi ai fini dell’equa riparazione, di consentire una durata complessiva del procedimento regolato dalla l. n. 89/2001 pari a quella tollerata con riguardo agli altri procedimenti civili di cognizione, anziché modellarla sul calco dei più brevi termini indicati dalla stessa Corte di Strasburgo e recepiti dalla giurisprudenza nazionale.
Quest’ultima, in applicazione degli artt. 111, comma 2, e 117, comma 1, Cost., alla luce dell’interpretazione data dal giudice europeo all’art. 6 della CEDU, aveva in precedenza determinato il termine ragionevole di cui si discute, per il caso di procedimento svoltosi in entrambi i gradi previsti, in due anni, che è il limite di regola ammesso dalla Corte EDU.
L’art. 2, comma 2 - bis, va perciò dichiarato costituzionalmente illegittimo, nella parte in cui si applica alla durata del processo di primo grado previsto dalla l. n. 89/2001.

… ma non in Cassazione. La Consulta ritiene, invece, non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 2 - bis, nella parte in cui determina in un anno la ragionevole durata del giudizio di legittimità previsto dalla l. n. 89/2001.
Il termine annuale scelto dal legislatore, infatti, è conforme alle indicazioni di massima provenienti dalla Corte europea e recepite dalla giurisprudenza nazionale. Inoltre, la dichiarazione di illegittimità costituzionale della previsione concernente la durata del processo di primo grado fa sì che la ragionevole durata complessiva di un procedimento regolato dalla l. n. 89/2001, in concreto articolatosi su due gradi di giudizio, sia inferiore a quella stabilita per gli altri procedimenti ordinari di cognizione, e comunque possa essere contenuta nel tetto di due anni, in conformità agli artt. 111, comma 2, e 117, comma 1, Cost..
Una volta accertata tale conformità, va considerato che rientra nel margine di apprezzamento discrezionale del legislatore equiparare la durata del procedimento regolato dalla l. n. 89/2001 nel giudizio di impugnazione a quella considerata ragionevole in via generale per i giudizi davanti alla Corte di Cassazione, anche alla luce delle peculiarità proprie del giudizio di legittimità.