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Notizie a cura di La Stampa.it |
PENALE e PROCESSO

ordinamento penitenziario | 29 Aprile 2019

La mancanza di qualsiasi alternativa al carcere per i detenuti affetti da grave malattia psichica sopravvenuta viola i principi costituzionali

di Fiorella Passerini - Funzionario enti locali

La detenzione domiciliare “umanitaria” o “in deroga” è applicabile nelle ipotesi di grave infermità psichica sopravvenuta durante l’esecuzione di una pena carceraria residua superiore a quattro anni (o per reato ricompreso nell'elenco di cui all’art. 4-bis ord.pen.)?

(Corte Costituzionale, sentenza n. 99/19; depositata il 19 aprile)

Con la sentenza n. 99 del 20 febbraio 2019 (depositata il 19 aprile 2019), la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 47-ter, comma 1-ter, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), nella parte in cui non prevede che, nell’ipotesi di grave infermità psichica sopravvenuta, il tribunale di sorveglianza possa disporre l’applicazione al condannato della detenzione domiciliare anche in deroga ai limiti di cui al comma 1 del medesimo art. 47-ter.

 

L’ordinanza di rimessione. La Corte di Cassazione aveva, d'ufficio, a marzo 2018, sottoposto al vaglio del Giudice delle leggi il suddetto disposto normativo, perchè in contrasto con principi sia costituzionali che convenzionali - in particolare con gli artt. 2, 3, 27, 32 e 117, c. 1, della Costituzione, e con l’art. 3 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) -, in quanto l’assetto normativo attuale non offrirebbe al detenuto affetto da grave infermità psichica sopravvenuta e con una pena residua superiore a quattro anni (o per reato ricompreso nell'elenco di cui all’art. 4-bis ord. pen.) forme di esecuzione della pena alternative alla detenzione in carcere, ma solo la possibilità di essere assistito presso una delle «articolazioni per la tutela della salute mentale», eventualmente costituite all’interno del circuito penitenziario sulla base dell’art. 65 ord. pen..
L’ordinanza di rimessione aveva precisato che un detenuto, con una patologia psichica radicata nel tempo, accertata in seguito a gravi comportamenti autolesionistici, per la quale la detenzione determinava un trattamento contrario al senso di umanità, aveva fatto ricorso avverso un’ordinanza del Tribunale di sorveglianza, che non aveva accolto la sua richiesta di differimento della pena ai sensi dell’art. 147 c.p., in quanto applicabile solo ai casi di grave infermità fisica.

 

Ammissibilità. La Corte Costituzionale, con la sentenza in rassegna, ha preliminarmente valutato l’eccezione di inammissibilità formulata dal Presidente del Consiglio dei Ministri in virtù della pluralità di soluzioni normative in astratto ipotizzabili a tutela del condannato, che escluderebbe l’asserito carattere «a rime obbligate» dell’intervento sollecitato dalla Corte di Cassazione.
La Consulta ha respinto tale eccezione, precisando di aver ripetutamente affermato, nella propria giurisprudenza più recente, che, di fronte alla violazione di diritti costituzionali, non può essere di ostacolo all’esame nel merito della questione di legittimità costituzionale l’assenza di un’unica soluzione a “rime obbligate” per ricondurre l’ordinamento al rispetto della Costituzione.

 

Le osservazione della Consulta. Il Giudice delle leggi ha poi condiviso la ricostruzione dell’attuale quadro normativo compiuta dalla Corte di Cassazione nell'ordinanza di rimessione, convenendo sul fatto che l’unica disposizione dedicata alla condizione dei detenuti affetti da gravi infermità psichiche sopravvenute, cioè l’art. 148, comma 1, c.p., «è oggi divenuta inapplicabile, perché superata da riforme legislative che, pur senza disporne espressamente l’abrogazione, l’hanno completamente svuotata di contenuto precettivo. La richiamata disposizione codicistica, infatti, prevede che il giudice possa disporre la sospensione o il differimento della pena e il contestuale ricovero in un ospedale psichiatrico giudiziario, in casa di cura e di custodia ovvero, in determinate ipotesi, in un ospedale psichiatrico civile, nei casi di infermità psichica sopravvenuta dopo la condanna che siano di gravità tale da impedire l’esecuzione della pena in carcere».
Ma gli ospedali psichiatrici civili sono stati chiusi con la l. n. 180/1978, e gli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG) come pure le casa di cura e di custodia sono stati espunti dall'ordinamento giuridico a far data dal 31 marzo 2015, quindi non è più possibile fare riferimento alla suddetta disposizione.
Nel frattempo, il legislatore ha sì istituito le residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (REMS), su base regionale e ad esclusiva gestione sanitaria, però tali strutture non sono destinate ad accogliere i condannati la cui malattia psichica si manifesti successivamente alla condanna, nel corso dell'esecuzione della pena.
Il chiaro dettato normativo attualmente vigente non può essere integrato, in via interpretativa, neppure considerando quella parte della delega disposta dalla legge 23 giugno 2017, n. 103 (Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario), relativa ai detenuti malati psichici, volta a garantire loro adeguati trattamenti terapeutici e riabilitativi anche attraverso misure alternative alla detenzione, oltre che attraverso la creazione di nuove strutture sanitarie interne al carcere, perchè ad essa non è stata data attuazione.
Alla luce di tutto ciò, la Corte Costituzionale ha evidenziato che, rimasto incompiuto il complesso disegno riformatore, il tessuto normativo attuale presenta serie carenze che gravano, tra l’altro, proprio sulla condizione dei detenuti affetti da infermità psichica sopravvenuta aventi un residuo di pena superiore a quattro anni, i quali non hanno accesso a  misure alternative al carcere.
In particolare, ha esplicitato il Giudice delle leggi, «i detenuti che si trovano in quelle condizioni non possono avere accesso alla detenzione domiciliare 'ordinaria' di cui all’art. 47-ter, comma 1, lett. c), ord. pen., prevista per tutti i detenuti con una pena residua inferiore a quattro anni e che siano gravemente malati, indipendentemente dal tipo di patologia – fisica o psichica – di cui soffrono. Neppure può essere loro applicato l’istituto del rinvio obbligatorio della esecuzione della pena di cui all’art. 146, comma 1, n. 3), c.p., perché la grave patologia psichica non integra il presupposto ivi previsto della malattia grave, in fase così avanzata da essere refrattaria alle terapie. Inoltre, stante il dato testuale e l’orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità, i malati psichici non possono nemmeno beneficiare del rinvio facoltativo dell’esecuzione della pena di cui all’art. 147, comma 1, n. 2), c.p., perché questa previsione riguarda solo i casi di “grave infermità fisica”».
In breve, ha chiarito la Consulta «poiché il rinvio obbligatorio o facoltativo di cui agli artt. 146 e 147 c.p. riguarda solo le persone affette da grave infermità fisica, ne consegue che i malati psichici non possono giovarsi neppure della detenzione domiciliare 'umanitaria' o 'in deroga', di cui al censurato art. 47-ter, c. 1-ter, ord. pen., che a tali disposizioni rinvia nel definire il suo ambito di applicazione.
La mancanza di qualsiasi alternativa al carcere per i detenuti affetti da grave malattia psichica sopravvenuta nelle fattispecie poc'anzi indicate viola, dunque, i principi costituzionali invocati nell’ordinanza di rimessione della Corte di cassazione, in quanto la malattia psichica è fonte di sofferenze non meno della malattia fisica alla quale l’ordinamento è tenuto ad apprestare un identico grado di tutela (tra le molte, sentenze n. 169/2017, n. 162/2014, n. 251/2008, n. 359/2003, n. 282/2002 e n. 167/1999), anche con adeguati mezzi per garantirne l’effettività.
Occorre, anzi, considerare che soprattutto le patologie psichiche possono aggravarsi e acutizzarsi proprio per la reclusione: la sofferenza che la condizione carceraria inevitabilmente impone di per sé a tutti i detenuti si acuisce e si amplifica nei confronti delle persone malate, sì da determinare, nei casi estremi, una vera e propria incompatibilità tra carcere e disturbo mentale», come emerge pure dalla giurisprudenza, anche recente, della Corte Europea dei diritti dell’uomo, secondo cui in taluni casi mantenere in condizione di detenzione una persona affetta da grave malattia mentale assurge a vero e proprio trattamento inumano o degradante.
Il Giudice delle leggi ha rammentato poi che, «preso atto dell’insoddisfacente trattamento riservato all’infermità psichica grave, sopravvenuta alla condanna, aveva già richiamato il legislatore (con la sentenza 111/1996) a “trovare una equilibrata soluzione» che garantisca ai condannati affetti da patologie psichiche «la cura della salute mentale – tutelata dall’art. 32 della Costituzione – senza che sia eluso il trattamento penale”», ma tale richiamo è rimasto inascoltato.
Ciò posto, la Consulta, «pur consapevole che incombe sul legislatore il dovere di portare a termine nel modo migliore la già avviata riforma dell’ordinamento penitenziario nell’ambito della salute mentale, con la previsione di apposite strutture interne ed esterne al carcere,» ha tuttavia ritenuto di non potersi esimere «dall’intervenire per rimediare alla violazione dei principi costituzionali denunciata dal giudice rimettente, di modo che sia da subito ripristinato un adeguato bilanciamento tra le esigenze della sicurezza della collettività e la necessità di garantire il diritto alla salute dei detenuti (art. 32 Cost.) e di assicurare che nessun condannato sia mai costretto a scontare la pena in condizioni contrarie al senso di umanità (art. 27, comma 3, Cost.), meno che mai un detenuto malato».
Per questi motivi, la Corte costituzionale ha accolto la questione di legittimità costituzionale prospettata dalla Corte di Cassazione, ed anche il 'rimedio' dalla stessa individuato, vale a dire l’applicazione della misura alternativa della detenzione domiciliare 'umanitaria', o 'in deroga' (art. 47-ter, comma 1-ter, ord. pen.), che è in grado di soddisfare tutti gli interessi e i valori in gioco, colmando le carenze sopra individuate.
Il Giudice delle leggi, ha concluso il suo controllo, formulando un lungo excursus sull'istituto della detenzione domiciliare, soffermandosi in particolare su quella 'umanitaria', sottolineando, che il giudice dovrà valutare se la malattia psichica sopravvenuta sia compatibile con la permanenza in carcere del detenuto oppure richieda il suo trasferimento in luoghi esterni (abitazione o luoghi pubblici di cura, assistenza o accoglienza) con modalità che garantiscano la salute, ma anche la sicurezza. Questa valutazione dovrà quindi tener conto di vari elementi: il quadro clinico del detenuto, la sua pericolosità, le sue condizioni sociali e familiari, le strutture e i servizi di cura offerti dal carcere, le esigenze di tutela degli altri detenuti e di tutto il personale che opera nell’istituto penitenziario, nonché la necessità di salvaguardare la sicurezza collettiva.