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Notizie a cura di La Stampa.it |
PENALE e PROCESSO

prescrizione | 12 Novembre 2018

Al tavolo delle riforme della giustizia (anche) penale

di Gianluca Denora

La penna del riformatore del processo è sempre in mano al legislatore. Un avvocato può dire la sua, da laico o da tecnico… to be or not to be.

Cari Colleghi,
la libertà di espressione nella sua massima estensione è un nostro privilegio, come avvocati. Mi avvalgo di questa prerogativa.
Viviamo in un modo molto competitivo. Se pur distanti da logiche commerciali in senso stretto, sappiamo che bisogna avere assistiti e la clientela esige capacità comunicative e buon appeal, che si contendono la scena in forme spesso cangianti. Gli stili cambiano. Dialogo o monologo, forza o destrezza, restando a contrapposizioni di immediata percezione, evocano modelli di riferimento differenti, una sensibilità maggiore ai principi o, al contrario, alla ragion pratica.
Accade spesso, ed oggi in modo evidente, che il legislatore si intrometta nelle dinamiche di una professione solidamente ancorata a cliquet consolidati, anche se non sempre positivi: avvocato azzeccagarbugli, persino faccendiere, molto più spesso che difensore dei deboli e della legalità, a là Cervantes.
La prescrizione verrà riformata in questo contesto, con un elevato costo in termini di fratture ideali, nel fervore di una nota contrapposizione di opinioni. Il solco tra il comune sentire e argomentazioni collaudate dai “tecnici” si fa profondo.
Il punto di vista laico è facile da intendere e marca l’ostilità ad una prescrizione a corta gittata; esso risponde alla logica dell’occhio per occhio dente per dente, al retributivismo dell’unicuique suum, al “Davigo pensiero”.
Ai tecnici persuade una prescrizione a corta gittata, rivestita dei panni di un utilitarismo ben più convincente di assiomi indimostrabili (e francamente inaccettabili): la chiusura di un processo penale per prescrizione a tutela delle vittime…
Certo è che un momento di chiusura artificiale del processo, di rinuncia alla pretesa punitiva, suona come un “gong” da anelare o da temere.
Ne hanno paura le vittime, votate alla disperazione di una frustrazione definitiva di aspettative di giustizia non necessariamente apprezzabili patrimonialmente.
Lo anelano i colpevoli, quelli veri, che il tempo potrà scagionare più e meglio del miglior avvocato. Forse per questo la prescrizione raccoglie consenso, un consenso che fa rumore.
I tanti indagati, accusati, perseguiti che siano innocenti vivono per certo il disagio della soggezione alla macchina bellica delle procure, ma hanno anche il desiderio di un verdetto nel merito, più veloce possibile, per liberarsi dall’accusa ingiusta, non già dal processo in sè.
Come in medicina: chi è malato (innocente) vuole essere guarito (scagionato), non liberato dalla cura (il processo).
Pur in presenza di profili assiologici, dismessi cielo stellato e legge morale, un argomento spicciolo non va dimenticato: il condannato in primo grado che patisca effetti concreti della sentenza, siccome esecutiva, avrà interesse di (ed urgenza a) sovvertire il verdetto con un’accelerazione del processo, a beneficio proprio e delle vittime. Ove dichiarato innocente, indurrà a cercare altrove il colpevole e vedrà accelerata la sua liberazione; ove dichiarato colpevole, si impegnerà a discolparsi con massima celerità, per reclamare la sua innocenza. Il sistema delle impugnazioni non disgrega questo argomento.
Ognuno di noi potrà contestare questi spunti, o approvarli, ma una cosa sia chiara: l’avvocato non è colui che aiuta i colpevoli a farla franca, sulla pelle delle vittime.
Noi siamo i principi del Foro; non ci resta che scegliere: Lorenzo de’ Medici o Belzebù?