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PENALE e PROCESSO

uccisione di animali | 09 Agosto 2017

L’uccisione del cane Angelo è avvenuta con crudeltà: massimo della pena per gli imputati che avevano seviziato, ucciso e poi pubblicato sul web il video

di Fabio Valerini - Assegnista di ricerca in diritto processuale civile

Si conclude il processo di primo grado sul caso del cane Angelo che ha visto la condanna di 4 ragazzi per il reato di uccisione di animali.

(Tribunale di Paola, sez. Penale, sentenza n. 434/17; depositata il 24 luglio)

Con la pubblicazione della sentenza del Tribunale di Paola del 26 maggio 2017 si conclude il processo di primo grado sul caso del cane Angelo che ha visto la condanna di 4 ragazzi per il reato di uccisione di animali perché in concorso tra loro, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, per crudeltà e comunque senza necessità, torturavano un cane randagio, catturandolo e impiccandolo a un albero stringendoli una fune intorno al collo, colpendolo ripetutamente e con violenza con una spranga, fino a cagionare la morte e riprendevano la scena formando un video da loro, successivamente, pubblicato su Facebook.
Il caso, avvenuto a Sangineto il 21 giugno 2016, aveva colpito l’opinione pubblica che non soltanto ha tributato al cane Angelo una statua in un giardino pubblico romano, ma che ha portato alla costituzione in giudizio molte associazioni animaliste e lo stesso Comune di Sangineto come parti civili e a manifestare davanti al Tribunale in nome dei diritti degli animali.

Nessun dubbio nella ricostruzione dei fatti. Le immagini dell’uccisione pubblicate sul web (You Tube e Facebook) dagli stessi autori e le confessioni rese nell’immediatezza dei fatti, non hanno lasciato alcun dubbio nella ricostruzione della condotta contestata.
Per il Tribunale «la condotta degli imputati appare […] certamente assistita dalla consapevolezza e dalla volontà di provocare il danno, fino all’esito letale, effettivamente cagionato al cane randagio, oltre che dalle riprovevoli ed efferate pulsioni qualificate come crudeltà, nel senso richiesto dalla norma nella specie contestata».
Ed infatti, l’art. 544-bis c.p. punisce chiunque per crudeltà o senza necessità cagiona la morte di un animale con la pena della reclusione da 4 mesi a 2 anni.
Nel caso di specie, per il giudice penale di Paola «nelle modalità dell’azione lesiva oggetto del presente processo non può omettere di rilevarsi come emerga un certo compiacimento degli attori della vicenda, nel catturare un randagio, invero senza particolari accortezze, trattandosi di animale particolarmente docile e fiducioso negli esseri umani e decidere quasi di giustiziarlo in maniera esemplare prima appendendolo per il collo e poi finendolo con ripetuti colpi di spranga tra commenti divertiti e facezie».
Ed ancora, quella condotta – riconosciuta come crudele dal Tribunale – è stata caratterizzata da ciò, che gli autori del fatto avessero ripreso «la loro bravata» poi diffusa su Facebook: una «decisione che manifesta, ancor di più, insensibilità e disprezzo per la vita del cane ostaggio della violenta condotta posta in essere, assimilato a mille altri istanti della vita quotidiana pubblicizzato sui social network nell’illusione di poterli immortalare».

Massimo della pena ed esclusione delle attenuanti generiche. Passando alla fase di quantificazione della pena, il Tribunale ritiene che il fatto meriti la pena massima prevista dall’art. 544-bis c.p. (e, cioè, 2 anni) ridotta di un terzo come previsto in ragione la scelta del giudizio abbreviato.
Il Tribunale ha però escluso le attenuanti generiche perché il giudizio sulla condotta tenuta «non può che essere estremamente negativo» laddove sarebbe necessario ai sensi dell’art. 62 bis c.p. «una valutazione positiva della personalità dell’imputato, espressa nelle modalità comportamentali del reato ed al ruolo rivestito in concreto nella commissione dello stesso».

Sospensione della pena… Il Tribunale svolge, infine, una diversa valutazione circa la possibilità di concedere il beneficio della sospensione condizionale della pena a tutti gli imputati.
Ed infatti, per il beneficio della sospensione condizionale della pena la valutazione che il Tribunale è chiamato a svolgere è rivolta al futuro essendo funzionale al ravvedimento del reo e alla finalità di prevenzione speciale che esso non ponga in essere nuovi fatti di reato.
«Deve, allora, ritenersi che, in apparente contrasto con il negativo giudizio sul fatto posto in essere dagli imputati, meritino di essere positivamente valutati oltre alla giovane età di tutti gli imputati e alla loro provenienza da famiglie di modestissima estrazione, il comportamento processuale e quello successivo alla commissione del fatto tenuto dagli imputati».
Comportamento che si è caratterizzato da «nessun ostruzionismo» posto in essere dagli imputati che hanno collaborato nelle indagini fornendo agli investigatori i loro telefoni cellulari e gli abiti che indossavano al momento del reato e con i quali erano stati ripresi nonché la mazza utilizzata per uccidere l’animale.
Inoltre due degli imputati, nelle more, hanno intrapreso un percorso psico-terapeutico di riabilitazione «denotante, quindi, quantomeno, un impegno a comprendere tutte le implicazioni delle azioni poste in essere» mentre gli altri due sono «intervenuti personalmente in udienza rendendo pubbliche e spontanee dichiarazioni di scusa e pentimento e quella di tutti gli imputati di chiedere la trattazione pubblica del processo».

… attività presso un canile. Sospensione della pena, però, condizionata «allo svolgimento [per 6 mesi] di attività non retribuita presso strutture pubbliche ovvero private convenzionate destinate a Canile Sanitario ovvero a Canile Rifugio esistenti nella provincia di Cosenza» quale «utile strumento per consentire agli imputati di acquisire una migliore consapevolezza di quanto avvenuto, confrontandosi con sensibilità e contesti diversi dai propri, lavorando, anche solo simbolicamente, per il proprio ravvedimento».
Una misura questa che sta facendo discutere in quanto qualcuno contesta l’opportunità che soggetti condannati per reati contro gli animali siano destinati a svolgere attività proprio a contatto con gli animali.