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Notizie a cura di La Stampa.it |
PENALE e PROCESSO

caso Contrada | 19 Novembre 2015

C’è un giudice a Berlino, ma non a Caltanissetta. Ultimi sviluppi del caso Contrada

di Gianluca Denora

  Non era scontato, ma prevedibile, un nuovo guizzo mediatico sugli esiti della richiesta di revisione del processo a Bruno Contrada, ex-funzionario del Sisde condannato in via definitiva a 10 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. La richiesta è stata respinta dalla Corte d’Appello di Caltanissetta.

 

Cronaca. Sono appena trascorse le ore 17 del 18 novembre 2015. Si diffonde la notizia che «la Corte d'Appello di Caltanissetta ha respinto la richiesta di revisione del processo all'ex funzionario del Sisde Bruno Contrada, 84 anni, già condannato in via definitiva a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa» (Ansa, Rainews). Per i non addetti ai lavori, si tratta dell’ennesimo “scombussolamento” sulla responsabilità per concorso esterno: è la volta di un contrasto tra il giudice italiano e il consesso europeo insediato a tutela della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

Il verdetto europeo dello scorso aprile: porte chiuse al concorso esterno. Per l’esattezza, risale a sette mesi fa la sentenza della Corte Edu portata a sostegno della richiesta di revisione (13 aprile 2015, Affaiere Contrada c. Italie, n. 3, requete n. 66655/13). In quella sentenza si legge la contrarietà dell’autorevole Collegio al costrutto del concorso esterno, perché non sufficientemente chiaro e pertanto non conoscibile. Era prevedibile la richiesta di revisione, non (sol)tanto per le ragioni palesi della difesa dell’imputato, bensì (in un’ottica macroscopica) per la stessa “chiusura” del sistema. Ragionevolmente, non si poteva (e non si può) prescindere da un richiamo così autorevole al rispetto di principi indeclinabili anche nel loro significato “vivente”, quali la precisione della legge penale e la connessa irretroattività di predicati lato sensu normativi non sufficientemente supportati da dati testuali chiari e conoscibili.

Atteso l’adeguamento del giudice interno. Ci si poteva attendere che il giudice italiano avrebbe recepito l’indicazione e deciso che la condanna di Contrada, scardinata per il tramite del giudizio di revisione, andasse cancellata. Tanto poteva discendere da una piana applicazione di regole e principi; il tema involge tutt’ora coordinate fondamentali della scienza penalistica. Non mancava, del resto, un più datato e sempre saldo ancoraggio teorico per un ripensamento concreto sulla categoria del concorso esterno, quanto meno “hic et nunc”: è la lezione di Gaetano Contento, autorevole studioso rimasto voce stonata nel coro dei sostenitori di questa figura (si veda, volendo, proprio a commento della sentenza della Corte EDU: Il concorso esterno, la CEDU e la lezione di Gaetano Contento).

Ha vinto lo scetticismo. Oppure poteva condividersi il pronostico autorevole secondo il quale il verdetto di Strasburgo non avrebbe prodotto ricadute concrete in ambito interno, un pronostico avanzato all’indomani di quel provvedimento, a specifico corredo di una scettica e solo parziale condivisione degli assunti in esso contenuti. A posteriori lo scetticismo sarebbe stato l’atteggiamento più lungimirante da scegliere. Lo scetticismo, infatti, sarebbe stato conforme alla sensibilità manifestata dalla Corte d’Appello di Caltanissetta; avrebbe colto nel segno e predetto un futuro non molto lontano, scritto ieri dal Collegio siciliano.

Oltre il diritto. Uno spiraglio di umanità. La sentenza di rigetto ha avuto anche altre implicazioni. Non è un fuor d’opera riportare la contrarietà dell’imputato. Si tratta di una reazione emotiva, probabilmente scomposta, ma indiscutibilmente umana, di chi si è visto riconoscere in aprile scorso il diritto ad un risarcimento per l’ingiustizia subita (così, nella sostanza, la decisione di Strasburgo), ed oggi è nuovamente sottoposto alla gogna mediatica, perché alla fine dei conti “è colpevole”.

Un’occasione perduta. Caltanissetta non è Berlino. Cosa fatta capo ha, e non resta che commentare il dato di realtà.
In una prospettiva ideale, nella quale mi piace muovermi, ascrivo questo spunto al tema della giustizia del caso concreto, per riprendere il celebre aneddoto del mugnaio Arnold. Costui era stato chiamato a pagare tasse ingiuste; era stato misconosciuto dal proprio giudice naturale e pertanto si era rivolto al giudice di Berlino per perorare le proprie ragioni; si legge diffusamente che a Berlino costui avrebbe ottenuto giustizia (da cui il detto “c’è un giudice a Berlino”), ma si deve alla sapiente penna di Umberto Eco aver chiarito che il buon Arnold aveva dovuto attendere l’intervento risolutivo di Federico il Grande, unico garante della giustizia. Cosa accomuna Arnold al condannato per concorso esterno? Come accostare Caltanissetta a Berlino?
Rilevo che l’attesa di giustizia da parte del condannato per concorso esterno - non mi curo di indicarne il nome – appare in sintonia con quella del mugnaio Arnold, nella misura in cui il singolo si sente in prima battuta tradito dal sistema, nondimeno vede riconosciute altrove le proprie ragioni (per il concorrente esterno, a Strasburgo).
Devo al contempo constatare, con mio rammarico, che Caltanissetta non è Berlino (nella versione comune dell’aneddoto), né i giudici del Collegio siciliano sono “illuminati” come lo è stato Federico il Grande (nella ricostruzione di Umberto Eco). In definitiva, se anche – è un assurdo – dismettessi l’eredità ideale del professor Contento non potrei mai tralasciare che un’aspettativa di giustizia così autorevolmente espressa dalla Corte Edu non può essere ragionevolmente tradita da un “manipolo” di giudici italiani.