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Notizie a cura di La Stampa.it |
PENALE e PROCESSO

grave allarme sociale | 27 Luglio 2015

Recidiva obbligatoria: cala la scure della Consulta

di Paolo Grillo - Avvocato penalista

L’ipotesi di recidiva obbligatoria, da applicarsi ove venga commesso un reato inserito nel catalogo di quelli di “grave allarme sociale”, confligge col principio di ragionevolezza e di proporzionalità tra offesa e sanzione, obbligando il giudice a compiere un automatico incremento di pena. Pertanto l’art. 99, comma 5, c.p. è incostituzionale limitatamente alle parole «è obbligatorio e,».

(Corte Costituzionale, sentenza n. 185/15; depositata il 23 luglio)

Così ha stabilito la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 185 depositata il 23 luglio 2015.
La recidiva obbligatoria della “ex Cirielli”. L’intervento normativo del 2005 che introdusse la norma “incriminata” mirava, tra le altre cose - fu rimodellata anche la prescrizione dei reati - ad inasprire il trattamento sanzionatorio per i delinquenti incalliti. Con questa legge, che sollevò un vespaio di polemiche, si modificò la disciplina della recidiva e se ne previde un’ipotesi di applicazione obbligatoria. Se un soggetto, infatti, già condannato per un reato ne commette un altro rientrante nel catalogo dei delitti di “grave allarme sociale” (art. 407, comma 2, lett. a, c.p.p.), l’aumento di pena per la recidiva è obbligatorio.
Ecco le censure di incostituzionalità: violazione della ragionevolezza e della proporzionalità della pena. La Quinta Sezione della Cassazione e la Corte d’appello di Napoli sollevano questione di legittimità costituzionale, ritenendo violati sia il principio di ragionevolezza (non vi sarebbero spazi per valutare la rilevanza e la significatività in concreto del “nuovo” reato sotto il profilo della espressione della maggiore pericolosità del soggetto che lo compiuto), sia quello di proporzionalità tra offesa e pena (anche un fatto oggettivamente lieve, purché tecnicamente sussumibile in una delle fattispecie penali di allarme sociale, imporrebbe l’applicazione della recidiva).
La Corte Costituzionale accoglie le censure: via dal codice la recidiva obbligatoria. Con un’agile decisione la Consulta condivide tutte le censure di incosituzionalità: la norma appare intanto irragionevole. E’ vero: l’aumento di pena scatta obbligatoriamente sol che un soggetto pregiudicato commetta un reato rientrante tra quelli astrattamente definiti di particolare gravità. Astrattamente, appunto. Non è detto però che quell’illecito, rientrante nel novero dei reati “allarmanti”, sia in concreto grave; e col meccanismo della recidiva obbligatoria al giudice di merito è inibito qualsiasi tipo di giudizio discrezionale. Egli deve soltanto compiere un gesto automatico: riscontrata l’appartenenza del reato a quel famoso catalogo, deve aumentare la pena se l’imputato ha già un precedente penale. L’obbligatorietà dell’aumento della pena per effetto della recidiva, poi, costituisce un’inaccettabile violazione del principio di proporzionalità della pena. Anche questa censura coglie nel segno: dato che il giudice secondo il meccanismo normativo sopra delineato non ha possibilità di vagliare discrezionalmente la sussistenza dei presupposti applicativi della recidiva (cosa che può fare in tutti gli altri casi di recidività, così come la giurisprudenza costituzionale e di legittimità ormai unanimemente insegna), il trattamento sanzionatorio ne uscirebbe comunque più elevato. Rileva la Consulta che se vi è un precedente penale, anche se è lontano nel tempo e scarsamente rilevante sul piano dell’offensività, l’aumento di pena va applicato obbligatoriamente, sol che il secondo reato sia uno di quelli astrattamente considerati gravi. In effetti, è una disciplina per nulla compatibile con i principi della nostra Carta fondamentale.
Le presunzioni assolute? Vanno bene solo se non sono irrazionali. Richiama se stessa, la Consulta. E il richiamo non cade affatto a sproposito: «le presunzioni assolute, specie quando limitano un diritto fondamentale della persona, violano il principio di uguaglianza, se sono arbitrarie e irrazionali…». Ci vuole, in altri termini, un aggancio con un principio empirico incontrovertibile per legittimare la presenza nel nostro ordinamento di una presunzione iuris et de iure, di quelle che non ammettono prova contraria. La commissione di un reato inserito in un elenco nel quale sono raggruppati gli illeciti astrattamente gravi non costituisce un “dato di esperienza generalizzato”. Nulla può impedire, infatti, che il fatto storico, concretamente all’attenzione del giudice, sia di modesta rilevanza offensiva, ovvero non sia espressivo – per il modo in cui si è manifestato – di una particolare pericolosità del reo. Ben venga, quindi, l’intervento del Giudice delle Leggi che ha, con poche e ben calibrate parole, restituito al giudice penale il diritto-dovere di valutare nel caso concreto la ricorrenza dei presupposti per fare applicazione della recidiva. Il principio illuministico del giudice “bocca della legge” va bene soltanto se con esso si esprime il rifiuto dell’arbitrio. Ma la legge non può trasformare il giudice in un robot, privandolo d’autonomia decisionale proprio nel momento più delicato del giudizio: la quantificazione della pena. Questa, in effetti, va comunque proporzionata all’entità di un accadimento reale.