POLITICA SULL'UTILIZZO DEI COOKIE - GIUFFRE' FRANCIS LEFEBVRE SPA

Questo sito utilizza cookie di profilazione di prima parte per offrirti un miglior servizio e per trasmetterti comunicazioni in linea con le attività svolte durante la navigazione. Puoi impedire l'utilizzo di tutti i Cookie del sito cliccando MAGGIORI INFORMAZIONI oppure puoi acconsentire all'archiviazione di tutti quelli previsti dal sito cliccando su ACCONSENTI.

Continuando la navigazione del sito l'utente acconsente in ogni caso all'archiviazione degli stessi.


> Maggiori informazioni

Acconsenti

Abbonamento scaduto
Abbonamento inattivo
Numero massimo utenti raggiunto
Utente non in CRM
Manutenzione
martedì 26 marzo 2019
Accedi   |   Contatti   |   Newsletter   |   Abbonamenti    Feed RSS
Notizie a cura di La Stampa.it |
RESPONSABILITÀ CIVILE e ASSICURAZIONI

risarcimento danni | 16 Agosto 2016

Il provider sempre più “responsabile”

di Giuseppe Cassano - Avvocato e docente universitario

La messa a disposizione di un indeterminato numero di utenti di contenuti audiovisivi di terzi attraverso piattaforme di “streaming” che non si limitano a fornire meri servizi di memorizzazione di contenuti caricati da diverse fonti non è in alcun modo qualificabile come attività di stoccaggio, definita come “hosting” dal d.lgs. n. 70/2003.

(Tribunale di Roma, sez. IX, sentenza n. 14279/16; depositata il 15 luglio)

Il Tribunale delle Imprese di Roma con la sentenza n. 14279/2016 del 15.7.2016 (RTI c MEGAVIDEO) cristallizza l’orientamento consolidato della giurisprudenza italiana.

Il caso. Osserva l’Autorità che, nel caso di specie, Megavideo, lungi dal fornire un servizio di mero stoccaggio di dati, utilizzava i contenuti di RTI a fini commerciali, non solo per alimentare il proprio business di vendita di spazi pubblicitari («vi è una consistente attività di raccolta pubblicitaria che viene poi, eseguita tramite banner, di diversi formati, sia nella pagina principale che all’interno delle singole pagine del portale e dei singoli filmati») ma anche per la vendita agli utenti di abbonamenti per l’accesso illimitato ai contenuti stessi.
Elementi, questi, che hanno condotto il giudicante a riconoscere che «il mercato dell'ascolto, in parte a pagamento, ed il mercato pubblicitario erano fonte di cospicui ricavi, i quali erano strettamente collegati ai contenuti dei filmati a disposizione, avendo questi il ruolo di attrarre i clienti, al fine di far acquistare gli abbonamenti e di determinare il successo pubblicitario e, quindi, di assicurare il successo economico conseguente alla gestione della piattaforma».

Diritto d’autore. Tanto anche dopo la ricezione di diffide del titolare dei diritti contenenti sia il titolo commerciale delle opere televisive abusivamente diffuse che i loghi identificativi delle reti televisive del titolare dei diritti in questione: elementi questi –unitamente alla “notorietà dei programmi in questione”- giudicati idonei a far sorgere in capo a Megavideo un obbligo di attivazione per l’immediata rimozione dei video contraffatti.
La Sezione Impresa del Tribunale di Roma conferma inoltre che, come già ripetutamente stabilito dalla Corte di Giustizia UE, il divieto di sorveglianza generale posto dalla direttiva 2000/31/CE (art. 17) non è affatto incompatibile con la previsione di un onere –per l’intermediario della rete- di impedire il ripetersi di specifiche violazioni; e quindi con l’obbligo di impedire la nuova pubblicazione di brani estratti dalle opere televisive in contestazione: si giustifica pertanto la penale di euro 1.000,00 per ogni futura violazione dei diritti di RTI e per ogni giorno di permanenza sulla piattaforma del materiale non autorizzato.

Responsabilità civile. E’ stato altresì confermato (vd. sentenza Trib. Roma del 27.4.2016, RTI c BREAK MEDIA) che tali operatori svolgono un “ruolo attivo” –come già accertato dalla Corte UE (sentenze Google c. Vuitton e L’Oréal c. eBay)- e sono da qualificarsi come «sofisticati content provider che forniscono contenuti di intrattenimento digitale», la cui attività di editing sui materiali (“classificati in speciali categorie a seconda dei contenuti dei filmati” ed “a cui sono collegati, preselezionati, contenuti pubblicitari”) impone l’applicabilità delle comuni regole sulla responsabilità civile: l’intermediario che interviene sui contenuti mediante attività organizzativa sarà dunque responsabile –quanto meno a titolo di colpa- delle violazioni dei diritti autorali di terzi.

Risarcimento danni. Il Tribunale di Roma ha confermato nel cd. “prezzo del consenso” il criterio di stima del danno patrimoniale (come nella sentenza RTI c. Break Media cit.) –desumibile dalle licenze d’uso siglate dal titolare dei diritti per utilizzi analoghi a quelli oggetto di causa- ed ha inoltre accertato l’esistenza del danno non patrimoniale derivante dal fatto che i comportamenti censurati rilevano anche penalmente, in quanto idonei ad integrare le specifiche fattispecie di reato di cui all’art. 171-ter (lett a. I comma, lett. b. II comma) Lda; danno quantificato nella misura del 10% sul danno patrimoniale.
Il risarcimento complessivo è stato quantificato in Euro 12.100.000,00 per la pubblicazione abusiva di circa 16.000 minuti di materiale televisivo.