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LAVORO

previdenza | 22 Dicembre 2017

Lo storytelling del Paese irreale

di Paolo Rosa - Avvocato

Ogni tanto, tra le varie notizie di propaganda che dipingono un paese irreale, in cui un aumento quasi impercettibile del PIL - peraltro stimato - e una diminuzione lievissima del tasso di disoccupazione attualmente alle stelle - perlopiù legata a fattori stagionali - vengono spacciati per crescita, trapela qualche dato reale sullo stato di salute del Paese.

Ogni tanto, tra le varie notizie di propaganda che dipingono un paese irreale, in cui un aumento quasi impercettibile del PIL - peraltro stimato - e una diminuzione lievissima del tasso di disoccupazione attualmente alle stelle - perlopiù legata a fattori stagionali - vengono spacciati per crescita, trapela qualche dato reale sullo stato di salute del Paese. Uno di questi è quello divulgato l’11 dicembre scorso dall’ISTAT - e precedentemente anche dall’OCSE - sul livello di disuguaglianza interno alla popolazione: mentre una fascia ristretta della popolazione diventa sempre più ricca la schiacciante maggioranza si impoverisce. In un solo anno, dal 2015 al 2016, la percentuale di italiani a rischio povertà o esclusione sociale è passata dal 28,7% al 30% (Ilaria Bifarini, Neoliberismo e manipolazione di massa).
Viviamo immersi nelle storie: le ascoltiamo, le raccontiamo, le accettiamo e le rifiutiamo; possediamo una mente narrante che identifica e comprende modelli narrativi universali, grazie ai quali conosciamo noi stessi e il mondo che ci circonda, costruiamo relazioni e condividiamo memoria.
La narrazione è per l'uomo una risorsa individuale e sociale fin dagli albori e oggi è diventata una tecnica di comunicazione persuasoria applicata anche - con fortune alterne - alla politica e alle dinamiche di ricerca del consenso.
La politica tesse trame narrative per coinvolgere i cittadini e condividere con loro una visione e un progetto, per appassionarli e convincerli, ma il pubblico di queste storie è esperto e attento e non accetta che gli vengano raccontate “storie”.
L'analisi delle narrazioni politiche in corso oggi in Italia, attraverso il modello narrativo universale dell'Eroe, ci aiuta a comprenderne i frame di senso e la struttura narrativa, svelando debolezze e incoerenze di personaggi politici a noi tutti molto noti (Chiara Moroni, La cultura della comunicazione).

Le promesse elettorali, che stanno arrivando da ogni schieramento politico, guardano a un Paese che non esiste. Lo stesso discorso può essere fatto anche per l’Avvocatura italiana per la quale la forbice delle disuguaglianze in questi anni si è ulteriormente divaricata tra pochi grandi ricchi e moltissimi poveri.
Del Report, anno 2016, dell’ISTAT segnalo i passaggi essenziali ai fini della mia osservazione:
- Nel 2016 si stima che il 30,0% delle persone residenti in Italia sia a rischio di povertà o esclusione sociale, registrando un peggioramento rispetto all’anno precedente quando tale quota era pari al 28,7%.
- Aumentano sia l’incidenza di individui a rischio di povertà (20,6%, dal 19,9%) sia la quota di quanti vivono in famiglie gravemente deprivate (12,1% da 11,5%), così come quella delle persone che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (12,8%, da 11,7%).
- Il Mezzogiorno resta l’area territoriale più esposta al rischio di povertà o esclusione sociale (46,9%, in lieve crescita dal 46,4% del 2015). Il rischio è minore, sebbene in aumento, nel Nord-ovest (21,0% da 18,5%) e nel Nord-est (17,1% da 15,9%). Nel Centro un quarto della popolazione (25,1%) permane in tale condizione.

Oltre un decimo della popolazione in condizioni di grave deprivazione materiale. Nel 2016, il 20,6% (in aumento rispetto al 19,9% del 2015) delle persone residenti in Italia risulta a rischio di povertà, cioè in famiglie con un reddito disponibile equivalente nel 2015 (anno di riferimento dei redditi) inferiore alla soglia di rischio di povertà, fissata al 60% della mediana della distribuzione individuale del reddito equivalente disponibile; il 12,1% (in crescita rispetto all’11,5% dell’anno precedente) si trova in condizioni di grave deprivazione materiale, mostra cioè almeno quattro dei nove segnali di deprivazione previsti; il 12,8% (più di un punto percentuale di aumento rispetto al 2015, quando era l’11,7%) vive in famiglie a bassa intensità di lavoro, ossia in famiglie con componenti tra i 18 e i 59 anni che nel 2015 hanno lavorato meno di un quinto del tempo.
La popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è pari al 30,0% (18.136.663 individui) e include tutti coloro che si trovano in almeno una delle suddette tre condizioni. Tenuto conto dell’errore campionario associato alla stima, tale quota risulta in aumento rispetto al 2015 (28,7%).
Per quanto riguarda l’attività professionale, i commercianti presentano il carico fiscale più contenuto (16,8%), gli artigiani superano il 17,0% mentre il carico tributario raggiunge il 22,4% tra imprenditori, liberi professionisti e lavoratori in proprio. L’incidenza delle imposte risulta più elevata nel Nord-ovest per gli agricoltori, nel Nord-est per gli artigiani e al Centro per i commercianti.

Oltre i tre quarti dei redditi individuali lordi è sotto i 30mila euro. La distribuzione dei redditi individuali lordi per classe di reddito mostra che oltre la metà (53%) è compresa tra 10.001 e 30.000 euro annui, circa un quarto (il 24,4%) è al di sotto dei 10.000 euro e il 18,5% è tra 30.001 e 70.000; solo nel 2,8% dei casi si superano i 70.000 euro (Prospetto 10).

Inoltre, il 41,1% dei redditi da lavoro autonomo e il 29,7% di quelli da pensione si collocano nella fascia di reddito più bassa al di sotto dei 10mila euro annui, rispetto al 23,6% dei redditi lordi da lavoro dipendente. Questi ultimi risultano maggiormente concentrati nelle classi centrali: il 44,0% è compreso tra 15,001 e 30,000 euro annui (contro il 26,7% dei redditi da lavoro autonomo e il 37,4% di quelli da pensione). Poco più dell’1% dei redditi lordi da pensione supera i 70mila euro annui, a fronte del 3,2% dei redditi da lavoro autonomo e del 2,0% di quelli da lavoro dipendente.

Il Jobs act, conclusa la fase della decontribuzione, ha agevolato la precarizzazione del mercato del lavoro.

La situazione non è confortante… La manovra di finanza pubblica per il triennio 2018-2020 (d.l. n. 148/2017 e il d.d.l. di bilancio per il 2018) contiene una serie di misure espansive che si riducono nell’arco della programmazione, passando dall’1,6% del PIL nel 2018, all’1,3 nel 2019 e scendono in modo più rilevante (0,8%) nel 2020. Al netto della sterilizzazione delle clausole di salvaguardia dell’IVA e delle accise (che vale 15,7 miliardi su una manovra complessiva da 28 miliardi nel 2018 ed è effettuata per il 70% in deficit), i valori si ridimensionano e si stabilizzano sullo 0,7-0,9 per cento del prodotto. Le risorse di copertura individuate sono pari, in rapporto al PIL, rispettivamente all’1 per cento nel 2018 e allo 0,6 nei due anni successivi.(rapporto sulla politica di bilancio 2018 dello Ufficio Parlamentare di bilancio).

Ci vogliono , invece , politiche di stimolo alla crescita, alla produttività e quindi al lavoro. Il sostegno alla domanda aggregata sembra essere di fondamentale importanza, sia per stimolare gli investimenti e per incrementare la produttività del lavoro, sia per ridurre la disuguaglianza nei redditi, attraverso i suoi effetti sul tasso di disoccupazione. In particolare, con la crisi finanziaria, la riduzione degli investimenti e l’incremento del numero di disoccupati hanno generato una dinamica caratterizzata da limitati incrementi di produttività, alto numero d’individui con reddito nullo (o molto basso) e, di conseguenza, scarsa crescita economica. Il suggerimento del Rapporto OCSE è di adoperare, contemporaneamente e in maniera sinergica, politiche monetarie, fiscali e strutturali per limitare l’incremento di povertà e disuguaglianza associato agli effetti ciclici della crisi e per favorire l’occupazione delle categorie più deboli. L’ampliamento delle risorse destinate agli investimenti pubblici viene poi suggerito con l’intento di incrementare la domanda aggregata e stimolare l’accumulazione di capitale, da cui ci si attendono effetti benefici sull’economia sia nel breve, sia nel lungo periodo.
Tutto il resto è propaganda e specchietti per le allodole alla quale i cittadini italiani non credono o credono pochissimo, almeno speriamo.