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LAVORO

previdenza | 23 Ottobre 2017

Ecco perché la pensione minima non può essere così bassa. Pronti i ricorsi alla Corte Costituzionale

di Francesco Pizzuto - Avvocato

Vi siete mai chiesti quale sia l’importo di una pensione minima? Una rendita pensionistica di 502 euro al mese corrisponde alla base da cui partire per aggiungere 25, 82 o 136 euro mensili in funzione dell’età anagrafica, degli anni di contributi versati nell’arco della carriera lavorativa, oppure dell’eventuale inabilità del titolare della prestazione medesima.

Queste somme si aggiungono al valore netto del rateo e prendono il nome di “maggiorazione sociale” ed “incremento”. Entrambe vanno a costituire parte integrante della pensione, non risultano soggette ad IRPEF e potrebbero essere meglio identificate come contributi economici simil-assistenziali concessi alle persone anziane. Tanto la maggiorazione, quanto il suo incremento, rappresentano strumenti integrativi che, oltre ad operare in ambito strettamente pensionistico, sono presenti anche sul piano assistenziale. L’assegno sociale, istituto di assistenza, consiste in una provvidenza economica riconosciuta a coloro i quali non abbiano maturato i requisiti contributivi necessari per poter richiedere la pensione (almeno vent’anni, o quindici anni entro il 1992). Come anticipato, la maggiorazione sociale e l’incremento sono meccanismi validi anche per i titolari di assegno sociale, con la differenza, però, che in questo caso la quota complessiva dei due supplementi raggiunge 190 euro e non 136. Ciò significa che, un assegno sociale (il cui valore base è pari a 448 euro) va ad equiparare esattamente la cifra prevista per un pensionato uscito dal mondo del lavoro con una pensione bassa. Accade così che situazioni differenti siano trattate alla stessa stregua. Oltre ad essere potenzialmente lesi i principi di proporzionalità e ragionevolezza, il vizio di incostituzionalità si paleserebbe pesante come un macigno sulla scorta dell’art. 3 Cost., comma 2 (principio di uguaglianza sostanziale). L’eguaglianza dev’essere interpretata non solo in senso astratto come trattamento uguale per tutti, bensì come giustificazione di disciplina diversa in virtù della disuguaglianza delle situazioni concrete regolate. La distinzione di fondo tra la prestazione previdenziale che è la pensione, concessa a chi possa far valere il requisito assicurativo minimo richiesto dalla legge, e la misura di assistenza che è l’assegno sociale, erogato a chi ad esempio non abbia mai prestato alcuna attività lavorativa, non può che portare all’ovvia conclusione che le due somme non possano in alcun modo essere identiche. Si tratta di due fattispecie degne di opportuna discriminazione. La scelta fatta in tal senso dal legislatore non lascia margini sufficienti a far trasparire razionalità e coerenza, seppur dovute. Se il reddito minimo da garantire ad un anziano senza neanche un contributo vale 638 euro al mese, allora la pensione minima deve necessariamente e per forza di cose partire da un livello più alto.

Esistenza decorosa e dignitosa. Volendo portare all’attenzione il ruolo fondamentale svolto dalla giurisprudenza in un contesto non identico, ma tutto sommato analogo e degno di nota: nel 2002 la Corte Costituzionale invitava il legislatore ad individuare l’importo di pensione impignorabile, quella che servirebbe a garantire al pensionato un’esistenza decorosa e dignitosa. Ebbene, con il d.l. n. 83/2015 il Governo provvedeva a fissare il cosiddetto minimo vitale al valore dell’assegno sociale aumentato della metà, quindi 672 euro. Questo limite, tuttavia, oltre a non aver portato ad alcuna rideterminazione degli importi minimi, non ha smosso neppure di riflesso le coscienze. Se a finire nel dimenticatoio dovesse essere, come accadrà con buona probabilità, anche la petizione popolare giunta alla Camera un anno fa ed oggi in discussione in occasione della Legge di Bilancio, allora l’ultima chance è riposta in un decisivo arresto della Consulta in grado di correggere la rotta una volta per tutte. Non dimentichiamo che erano solo pochi anni fa quando giungeva al nostro Paese una denuncia da parte del Comitato per i diritti sociali del Consiglio d’Europa. L’Italia veniva richiamata a fronte dell’inadeguatezza delle politiche messe in atto per combattere l’esclusione sociale degli anziani. Bisogna prendere coscienza, consapevolezza, avere il coraggio di attuare le misure che si rendono necessarie al fine di razionalizzare il sistema Inps ricco com’è di contraddizioni e di punti deboli, ancora più gravi se a farne le spese sono i pensionati con i redditi bassi.