previdenza | 12 Dicembre 2011
Braccio di ferro con il ministro Fornero: le Casse vogliono la proroga
di Paolo Rosa - Avvocato
Le Casse si oppongono alla manovra del Governo Monti e in particolare all’art. 24, comma 24, che impone entro il 31.03.2012 a tutte le Casse di presentare bilanci tecnici sostenibili su un arco temporale di 50 anni altrimenti passeranno in automatico al metodo contributivo pro rata.
Si chiede più tempo. Le Casse, tramite l’Adepp – Associazione di categoria – chiedono l’allungamento del termine per presentare la delibera sulla sostenibilità dei bilanci e la possibilità di inserire i patrimoni e i rendimenti all’interno del calcolo della sostenibilità.
Diversamente, scrive il Presidente dell’Adepp nella sua lettera – appello, le giovani generazioni saranno chiamate a pagare un prezzo doppio per le passività maturate e per la nuova contribuzione necessaria per raggiungere il saldo previdenziale a 50 anni.
Dobbiamo intenderci con la serietà dei dati. In primis con il comma 763 dell’art. 1 della legge 296/2006 (Finanziaria 2007) si è stabilito che gli Enti previdenziali dei liberi professionisti devono assicurare la stabilità finanziaria per un periodo di almeno 30 anni potendo, a tale scopo, introdurre provvedimenti rivolti alla salvaguardia della stabilità di lungo periodo, nel rispetto delle anzianità già maturate e tenendo conto di principi di equità fra le generazioni.
Successivamente, nell’ambito del decreto ministeriale sui criteri di redazione dei bilanci tecnici (D.M. 29.11.2007) oltre a ribadire la necessità di osservare un periodo minimo di stabilità gestionale di almeno 30 anni è stata introdotta la necessità di prolungare il periodo temporale delle proiezioni di bilancio tecnico per almeno 50 anni, al fine di poter esaminare l’andamento tendenziale di lungo periodo delle poste di bilancio.
Tali disposizioni, pertanto, chiamano gli Enti privati di previdenza ad una maggiore responsabilità gestionale, prolungando dagli originali 15 anni agli attuali 30 il periodo entro il quale deve essere garantita la stabilità con proiezione per ulteriori 20 anni.
I 30 anni costituiscono il periodo minimo del percorso previdenziale per arrivare alla pensione e i 20 anni il periodo di sopravvivenza media dell’iscritto al momento del pensionamento.
A prescindere dal metodo di calcolo della pensione, retributivo o contributivo, è assolutamente pacifico che un sistema previdenziale sta in equilibrio in senso attuariale quando, per ciascun lavoratore appartenente al sistema, il montante rivalutato dei contributi versati durante la vita lavorativa è quantomeno pari al valore attuale aleatorio della rendita previdenziale allo stesso attribuita.
Oggi, per tutte le Casse che adottano il sistema di calcolo retributivo tale equilibrio non esiste perché il sistema di calcolo retributivo della pensione continua ad aumentare il debito previdenziale maturato da intendersi come la sommatoria di tutte le pensioni in essere ma anche di tutte le aspettative di pensione che riguardano tutte le generazioni in movimento. Questo perché il livello di finanziamento della pensione attraverso la contribuzione individuale copre sì e no il 50 per cento della futura prestazione e quindi continua a generare debito.
Qual è l’entità del debito previdenziale? L’Adepp, nel suo primo rapporto sulla previdenza privata, ha dato con molta enfasi l’esistenza di un patrimonio delle Casse pari a 42 miliardi di Euro ma non ha dato l’unico elemento indispensabile per valutare la congruità del patrimonio e cioè non ha fornito i numeri sulla entità del debito previdenziale maturato. Probabilmente perché era talmente elevato da relegare in un angolino il patrimonio complessivo delle Casse.
Con il sistema contributivo il debito previdenziale maturato verrà congelato perché il sistema contributivo ha il grande pregio di non generare debito previdenziale in quanto il montante contributivo individuale si determina sommando l’ammontare dei contributi versati dall’iscritto anno dopo anno, capitalizzato annualmente sulla base di un dato tasso di riferimento che per l’Italia corrisponde alla variazione media quinquennale del PIL, nominale, calcolata dall’ISTAT, e poi moltiplicato per il coefficiente di trasformazione che tiene conto delle probabilità di sopravvivenza del soggetto considerato.
Opporsi alla riforma significa soltanto voler aumentare il debito previdenziale maturato a tutto danno delle giovani generazioni.
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