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19 Dicembre 2016

(Consiglio di Stato, sez. III, sentenza n. 5272/16; depositata il 14 dicembre)

Consiglio di Stato, sez. III, sentenza 1 – 14 dicembre 2016, n. 5272
Presidente/Estensore Maruotti

Fatto e diritto

1. Con atto del 18 giugno 2010, il Prefetto di Campobasso ha emesso nei confronti dell’appellante il divieto di detenere, armi, munizioni e materiale esplodente, ai sensi dell’art. 39 del testo unico di pubblica sicurezza.
A fondamento dell’atto, il Prefetto ha rilevato che l’interessato è stato deferito alla autorità giudiziaria perché, in data 15 giugno 2010, nel proprio ambulatorio nel quale stava prestando la propria attività medica, durante una animata discussione ha intimato di andarsene ad una paziente ed a suo marito, minacciandoli con una pistola regolarmente detenuta.
Il Questore di Campobasso, in data 24 giugno 2010, ha poi disposto la revoca della licenza di porto d’armi per uso caccia, in precedenza rilasciato all’interessato.
2. Col ricorso di primo grado n. 355 del 2010 (proposto al TAR per il Molise), l’interessato ha impugnato gli atti sopra indicati del Prefetto e del Questore, lamentandone l’illegittimità per violazione di legge ed eccesso di potere.
3. Il TAR, con la sentenza n. 96 del 2013, ha respinto il ricorso ed ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio.
4. Con i due articolati motivi dell’appello in esame, l’interessato ha chiesto che, in riforma della sentenza del TAR, il ricorso di primo grado sia accolto, poiché l’atto impugnato sarebbe affetto dai profili di violazione di legge e di eccesso di potere dedotti in primo grado.
In particolare, egli ha dedotto che il TAR avrebbe dovuto sospendere il giudizio, in attesa dell’accertamento dei fatti da parte del giudice penale.
Inoltre, l’appellante ha dedotto che:
- il Prefetto ha provveduto a distanza di due giorni dal sequestro cautelare delle armi, disposto dai Carabinieri di Campobasso, mentre si sarebbe potuta disporre la sospensione del titolo abilitativo, in base ad un principio di proporzionalità;
- non ci sarebbe stata l’adeguata valutazione delle circostanze, dovendosi valutare le dichiarazioni rese dai signori Di Giam. e Ferr.;
- l’invito a lasciare lo studio è stato susseguente a minacce formulate dal marito della paziente;
- sarebbe inadeguata l’istruttoria posta in essere in sede amministrativa;
- in ogni caso, la valutazione dell’Amministrazione sulla possibilità di abuso delle armi non potrebbe ‘automaticamente conseguire alla presenza di una querela per reati di minacce’;
- si sarebbe dovuto comunicare previamente l’avviso di avvio del procedimento, ai sensi dell’art. 7 della legge n. 241 del 1990.
Le Amministrazioni appellate hanno chiesto che il gravame sia respinto.
5. Ritiene la Sezione che le censure dell’appellante, sopra sintetizzate, siano infondate e vadano respinte.
5.1. Per comodità di lettura, va riportato il contenuto degli articoli 11, 39 e 43 del testo unico n. 773 del 1931.
L’art. 11 dispone che «Salve le condizioni particolari stabilite dalla legge nei singoli casi, le autorizzazioni di polizia debbono essere negate:
1) a chi ha riportato una condanna a pena restrittiva della libertà personale superiore a tre anni per delitto non colposo e non ha ottenuto la riabilitazione;
2) a chi è sottoposto all'ammonizione o a misura di sicurezza personale o è stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza.
Le autorizzazioni di polizia possono essere negate a chi ha riportato condanna per delitti contro la personalità dello Stato o contro l'ordine pubblico, ovvero per delitti contro le persone commessi con violenza, o per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione, o per violenza o resistenza all'autorità, e a chi non può provare la sua buona condotta.
Le autorizzazioni devono essere revocate quando nella persona autorizzata vengono a mancare, in tutto o in parte, le condizioni alle quali sono subordinate, e possono essere revocate quando sopraggiungono o vengono a risultare circostanze che avrebbero imposto o consentito il diniego della autorizzazione».
L’art. 39 dispone che «Il Prefetto ha facoltà di vietare la detenzione delle armi, munizioni e materie esplodenti, denunciate ai termini dell'articolo precedente, alle persone ritenute capaci di abusarne».
L’art. 43 dispone che «oltre a quanto è stabilito dall'art. 11 non può essere conceduta la licenza di portare armi:
a) a chi ha riportato condanna alla reclusione per delitti non colposi contro le persone commessi con violenza, ovvero per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione;
b) a chi ha riportato condanna a pena restrittiva della libertà personale per violenza o resistenza all'autorità o per delitti contro la personalità dello Stato o contro l'ordine pubblico;
c) a chi ha riportato condanna per diserzione in tempo di guerra, anche se amnistiato, o per porto abusivo di armi.
La licenza può essere ricusata ai condannati per delitto diverso da quelli sopra menzionati e a chi non può provare la sua buona condotta o non dà affidamento di non abusare delle armi».
Da tale quadro normativo, emerge che il legislatore ha individuato i casi in cui l’Autorità amministrativa è titolare di poteri strettamente vincolati (ai sensi dell’art. 11, primo comma e terzo comma, prima parte, e dell’art. 43, primo comma, che impongono il divieto di rilascio di autorizzazioni di polizia ovvero il loro ritiro) e quelli in cui, invece, è titolare di poteri discrezionali (ai sensi dell’art. 11, secondo comma e terzo comma, seconda parte, e dell’art. 39 e 43, secondo comma).
In relazione all’esercizio dei relativi poteri discrezionali, l’art. 39 attribuisce alla Prefettura il potere di vietare la detenzione di armi, munizioni e materie esplodenti a chi chieda il rilascio di una autorizzazione di polizia o ne sia titolare, quando sia riscontrabile una capacità «di abusarne» (non occorrendo al riguardo un giudizio di pericolosità sociale dell’interessato: Cons. Stato, Sez. III, 10 novembre 2016, n. 4664; Sez. III, 14 ottobre 2016, n. 4262; Sez. III, 3 maggio 2016, n. 1727; Sez. III, 7 marzo 2016, n. 922; Sez. III, 1° agosto 2014, n. 4121; Sez. III, 12 giugno 2014, n. 2987;).
5.2. Nella specie, il Prefetto di Campobasso ha emanato il divieto di data 18 giugno 2010, ritenendo in sostanza che l’appellante sia privo del requisito della «buona condotta», per «inaffidabilità»..
Ritiene la Sezione che, in considerazione delle circostanze emerse nel corso del procedimento amministrativo, i contestati provvedimenti non siano affetti dai vizi di eccesso di potere, dedotti dall’appellante.
Dalle risultanze acquisite emerge che in data 15 giugno 2010, vi è stato un litigio, che ha coinvolto l’appellante, una sua paziente e il di lei marito, litigio che è stato descritto – per quanto è stato possibile ricostruirlo – dalla nota n. 43-78 del 16 giugno 2010 della Stazione dei Carabinieri di Campobasso.
Come ha correttamente ritenuto la sentenza impugnata, le Amministrazioni appellate hanno ben potuto trarre elementi di valutazione dalla risultanze emerse nel corso del procedimento, pur se non risulta che la vicenda abbia avuto sviluppi in sede giudiziaria.
L’appellante ha contestato l’effettiva sussistenza dei fatti posti a base dell’impugnato provvedimento del Prefetto, ma tale affermazione non può essere considerata attendibile, perché il Prefetto ha ragionevolmente tenuto conto delle complessive risultanze e degli atti istruttori acquisiti.
Contrariamente a quanto dedotto dall’appellante, l’Amministrazione del tutto ragionevolmente ha ritenuto ingiustificato il riferimento che egli ha fatto alla possibilità di adoperare l’arma, non importando sotto tale aspetto se l’abbia o meno anche esibita (circostanza peraltro rappresentata nella comunicazione della notizia di reato, redatta dalla Legione dei Carabinieri in data 16 agosto 2010 sulla base dei dati risultanti dalla documentazione ad essa allegata e, in particolare, dalla descrizione della pistola. data dalla querelante).
Al riguardo, ritiene la Sezione – similmente a quanto ritenuto in casi simili - che è di per sé ragionevole – e comunque insindacabile nella sede della giurisdizione di legittimità - la scelta dell’Amministrazione di prevenire che la situazione possa degenerare (Sez. III, 26 ottobre 2016, n. 4505; 10 agosto 2016, n. 3603; Sez. III, 31 maggio 2016, n. 2308), vietando la detenzione di armi e munizioni nei confronti di chi abbia formulato minacce (Sez. III, 10 agosto 2016, n. 3515; Sez. III, 5 luglio 2016, n. 2990; Sez. III, 3 maggio 2016, n. 1727 e n. 1703).
5.3. Risultano inoltre infondate le altre censure formulate dall’interessato:
- per la verifica della legittimità degli atti impugnati in primo grado non occorre accertare se la condotta dell’appellante abbia avuto un rilievo penale, sicché anche sotto tale profilo il TAR ha legittimamente ritenuto insussistenti i presupposti per disporre la sospensione del giudizio amministrativo;
- il Prefetto – una volta venuto a conoscenza dei fatti dettagliatamente descritti dai Carabinieri – ha ben potuto considerare adeguata l’istruttoria già posta in essere ed ha potuto emanare l’atto previsto dall’art. 39, rientrando nella sua discrezionalità il valutare la sussistenza della capacità di abusare delle armi e la insufficienza della misura della sospensione del titolo.
Neppure sussiste la dedotta violazione dell’art. 7 della legge n. 241 del 1990.
Una volta constatati i presupposti previsti dall’art. 39 del testo unico, il Prefetto, nell’ambito dei suoi poteri discrezionali, può valutare il se ed il quando emanare il divieto di detenere armi e munizioni: egli può decidere se emanare senza indugio il provvedimento, oppure se le circostanze consentano di avvisare il possibile destinatario dell’atto, con l’avviso di avvio del procedimento, previsto dall’art. 7 della legge n. 241 del 1990.
Nella specie, peraltro, sia il provvedimento del Prefetto che quello del Questore hanno dato espressamente atto che sussistevano particolari esigenze di celerità del procedimento e che il divieto e la conseguente revoca andavano senz’altro emessi, con una specifica ulteriore valutazione che non risulta manifestamente irragionevole, in ragione delle circostanze emerse nel corso del procedimento.
6. Per le ragioni che precedono, l’appello va respinto.
La condanna al pagamento delle spese e degli onorari del secondo grado del giudizio segue la soccombenza. Di essa è fatta liquidazione nel dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) respinge l’appello n. 4894 del 2013.
Condanna l’appellante al pagamento di euro 5.000 (cinquemila), oltre accessori di legge, in favore delle Amministrazioni appellate, per spese ed onorari del secondo grado del giudizio.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all'art. 52, comma 1 D. Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, manda alla Segreteria di procedere all'oscuramento di qualsiasi dato idoneo ad identificare l’appellante.



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