Secondo elemento da considerare è quello relativo alla dimensione dell'ufficio giudiziario avanti al quale svolge le sue funzioni il magistrato.Al riguardo si osserva che il rischio di lesione dei valori di imparziale esercizio della funzione e di "par condicio" tra esercenti la professione forense è, in linea generale, inversamente proporzionale alla dimensione dell'ufficio e della relativa sede. Appare, infatti, evidente che in sedi di modeste dimensioni la situazione in esame viene percepita con maggiore immediatezza ed intensità mentre in sedi più grandi il grado di percezione è inferiore, se non nullo. Inoltre, nei centri di ridotte dimensioni gli studi professionali esercitano, generalmente, attività in tutti i settori (civile, penale, amministrativo, lavoro etc. etc.) mentre nelle grandi città si sono affermate e diffuse forme di esercizio delle attività professionali improntate alla specializzazione.Un parametro di riferimento che appare avere carattere oggettivo ed adeguato - anche per quanto si dirà al punto successivo - è quello della struttura organizzativa tabellare dell'ufficio che ne riflette le relative dimensioni e quelle della stessa sede. Terzo elemento da considerare è quello relativo alla materia trattata dal magistrato e dal parente avvocato. Tanto maggiore è il pericolo di lesione dei valori tutelati dalla norma quanto più si verifichi una identità di materia trattata da entrambi avanti allo stesso ufficio: rilevano in questo senso la distinzione tra settore civile, lavoro, previdenza e penale ovvero, particolarmente nell'ambito del primo, attività in settori specialistici. Anche a questo fine appare adeguato l'utilizzo, nel delineare i criteri, del parametro della organizzazione dell'ufficio quale è rappresentata dalle tabelle approvate. Ulteriori elementi di valutazione discendono da alcune specifiche situazioni costituite dalla natura specialistica delle funzioni dell'ufficio giudiziario ovvero dalla posizione rivestita dal magistrato all'interno dell'ufficio. Sotto il primo profilo, quando cioè il complesso dell'ufficio giudiziario tratti funzionalmente una materia specialistica, viene in rilievo quanto considerato al punto che precede. Sotto il secondo profilo si osserva che quanto maggiore è la rilevanza della posizione del magistrato nella struttura direttiva dell'ufficio tanto maggiore è il rischio di incidenza della stessa sulla lesione dei valori tutelati dalla norma con la conseguenza che vanno adottati criteri più restrittivi.In relazione alle diverse tipologie e dimensioni di uffici l'applicazione degli elementi sopra indicati porta alla definizione dei criteri che seguono.Tribunali OrdinariSi possono prospettare tre situazioni. Una prima fascia riguarda quei Tribunali nei quali l'assetto organizzativo prevede la esistenza di una sezione unica promiscua. Infatti, in questo caso, per il magistrato vi è la oggettiva impossibilità di svolgere una attività in un settore tabellarmente definito, con ciò originandosi una condizione di incompatibilità con la trattazione generalmente promiscua delle varie materie da parte del professionista.Tale situazione non ammette la compresenza del magistrato con il prossimo congiunto che eserciti la professione forense. Tuttavia dovranno essere valutate, al fine di escludere la incompatibilità, quelle organizzazioni tabellari del lavoro della sezione promiscua che prevedano per i magistrati l'attribuzione di competenze esclusivamente limitate o al settore penale o al settore civile. A tal fine dovranno altresì essere valutati tutti gli altri criteri di cui alla presente circolare ivi compreso quello relativo alla materia trattata dal professionista. Una seconda fascia riguarda le sedi giudiziarie nelle quali l'assetto organizzativo consente una distinzione tra attività nel settore civile, nel settore lavoro e nel settore penale.In questi casi, che si riscontrano in sedi di medie dimensioni, la incompatibilità può quindi essere esclusa se il professionista tratta materia di settore diverso rispetto a quello nel quale opera, per organizzazione tabellare, il magistrato, purché l'attività stessa venga svolta da entrambi in via esclusiva nel settore di rispettiva pertinenza. Analogo criterio può essere adottato anche nel caso in cui, nell'ambito del settore civile, il magistrato sia destinato in via esclusiva alla trattazione delle controversie di lavoro ed il parente avvocato operi nel settore civile con esclusione della materia lavoristica (ovviamente il medesime criterio dovrà essere seguito anche nella ipotesi inversa). Una terza fascia riguarda quelle sedi giudiziarie (generalmente di grandi dimensioni) nelle quali il programma organizzativo prevede non solo una distinzione di attività tra il settore civile, lavoro e quello penale ma, nell'ambito di tali settori (e segnatamente nel settore civile), delle sezioni che trattano esclusivamente materia specialistica (famiglia, esecuzione, fallimentare, societario, proprietà industriale ed intellettuale etc. etc). Si può quindi ritenere che non sussista l'incompatibilità ove il magistrato operi in sezione specialistica ed il parente non tratti detta materia ovvero nel caso opposto in cui il parente tratti la materia specialistica (in relazione alla quale esista presso la sede giudiziaria una sezione prevista tabellarmente) ed il magistrato operi in una sezione che tratta materie diverse. Un aspetto particolare proprio della struttura organizzativa di alcuni Tribunali è quello relativo alla collocazione del magistrato in sezione distaccata. L'orientamento del Consiglio, nella vigenza delle Preture mandamentali, è stato quello di ritenere compatibile l'esercizio di funzioni di Pretore con l'attività forense svolta da prossimo congiunto iscritto all'albo presso il Tribunale nel cui circondario rientrava il mandamento (vedasi punto 4.2 della circolare 6750). A seguito della abolizione delle Preture le relative strutture sono divenute, generalmente, sezioni distaccate del Tribunale e quindi l'ufficio di appartenenza del magistrato destinato a sezione distaccata è il Tribunale. Posto che nel caso di specie si è in presenza di una articolazione del Tribunale ubicata in località diversa dalla sede si rileva che il rischio di lesione dei valori tutelati dalla norma appare di molto attenuato ove il magistrato operi in via esclusiva in sezione distaccata (senza svolgere una parziale attività presso la sede centrale) ed il prossimo congiunto non svolga alcuna attività presso la sezione distaccata: in questi casi la incompatibilità può essere esclusa. Analogamente può valutarsi il caso inverso in cui sia il parente ad esercitare attività in via esclusiva presso la sezione distaccata ed il magistrato operi esclusivamente presso la sede centrale. Nell'ipotesi in cui venga svolta da parte del magistrato assegnato a sezione distaccata attività anche presso la sede centrale verranno in rilievo, ai fini della valutazione, i criteri generali ed in particolare la diversa natura della materia trattata dal magistrato e dal legale nonché le dimensioni della sede e della sezione distaccata.Corti di Appello. Per i magistrati che svolgono funzioni giurisdizionali in Corte di Appello va precisato, nel rispetto del tenore letterale della norma, che la nozione di "ufficio giudiziario" è riferita alla stessa Corte: pertanto occorre aver riferimento alla attività defensionale svolta dal parente avvocato avanti alla Corte stessa. Peraltro, le funzioni di giudice di secondo grado proprie della Corte comporta, ai fini della definizione di "abituale esercizio della professione" avanti alla stessa, di considerare come utile parametro l'ufficio di merito di primo grado avanti al quale il legale svolge la sua abituale attività professionale.Viene dunque in rilievo, in questa prospettiva, l'esercizio presso ufficio di merito di primo grado compreso nel distretto come uno degli elementi di valutazione ai fini della abitualità di esercizio avanti alla Corte. Questo dato dovrà poi essere integrato da elementi di giudizio sulla intensità dell'esercizio della attività professionale avanti a questo ufficio.Posto quanto sopra in ordine ai parametri di valutazione, si osserva che la struttura organizzativa della maggior parte delle Corti di Appello prevede la distinzione in una o più sezioni che trattano distintamente la materia civile, lavoro e penale: non si ravvisano quindi situazioni di incompatibilità ove il magistrato eserciti esclusivamente in un settore ed il congiunto eserciti esclusivamente in settore diverso ovvero, nell'ambito dello stesso settore, venga trattata esclusivamente materia specialistica.Nel caso in cui vi sia identità di materie verrà valutato il dato relativo alle dimensioni del singolo ufficio ed alla intensità dell'attività del professionista.In relazione ad alcune Corti di piccole dimensioni, il cui programma organizzativo non preveda la distinzione in due sezioni ma bensì una sezione unica promiscua, avrà particolare rilievo il dato relativo alla intensità della attività avanti all'ufficio da parte del parente legale e, pertanto, prescindendo dalla materia trattata, l'incompatibilità potrà essere esclusa in caso di attività insignificante avanti all'ufficio.Va infine precisato che non si può dare rilievo ad eventuali impegni del professionista volti a limitare la propria attività avanti al solo Tribunale con conseguente rinuncia a coltivare gli appelli. Deve rilevarsi che l'assistenza al cliente comprende, secondo l'ordinario contenuto del mandato defensionale, anche l'eventuale giudizio di secondo grado e non sembra realistico (anche nell'interesse del cliente) che il difensore rinunci, a priori, alla fase della impugnazione. Tali dichiarazioni potrebbero, poi, anche sottendere il ricorso a sistemi che tendano a non far comparire formalmente il reale difensore.Per completezza, si osserva che sono previste dall'ordinamento alcune sezioni distaccate di Corte di Appello: in questo caso varranno i criteri esposti per le sezioni distaccate di Tribunale.Tribunale per i Minorenni. Questo ufficio giudiziario ha ambito territoriale di competenza corrispondente a quello della Corte di Appello: valgono, quindi, le considerazioni sopra svolte in relazione alla nozione di ufficio al quale fare riferimento ed al rilievo, ai fini valutativi, delle situazioni riguardanti prossimi congiunti i quali svolgano "abitualmente" la propria attività professionale presso l'ufficio giudiziario di merito avente sede nell'ambito del distretto.Nel caso di specie acquista rilievo determinante, il concetto della specialità della materia funzionalmente trattata nel senso che per escludere o ritenere sussistente la incompatibilità va fatto riferimento all'"abituale" esercizio della professione avanti al Tribunale per i Minorenni al quale appartiene il prossimo congiunto magistrato.Tribunale di Sorveglianza. Questo ufficio giudiziario ha competenza territoriale corrispondente a quella della Corte di Appello ed è strutturato con la sede del Tribunale coincidente con quella della Corte e Uffici di Sorveglianza che hanno competenza sul circondario del Tribunale capoluogo di Provincia.Trattandosi di situazioni con rilevanti aspetti di analogia alla situazione già esaminata per la Corte di Appello, ai casi di potenziale incompatibilità si applicheranno i criteri in precedenza indicati riguardo a quell'ufficio e cioè andrà valutata la "abitualità" dell'esercizio della attività legale avanti al Tribunale di Sorveglianza o all'Ufficio di Sorveglianza.Poiché le funzioni di questo ufficio riguardano esclusivamente il settore penale la incompatibilità non va ritenuta ove risulti che il parente svolge attività professionale esclusivamente nel settore civile. Nel caso di esercizio di attività penale in ambito distrettuale da parte del legale avrà particolare rilievo la quantità delle procedure curate avanti all'ufficio.Uffici di Procura. Per i magistrati che svolgono funzioni di PM presso il Tribunale Ordinario il problema si può porre con riferimento al parente o affine che esercita "abitualmente" la professione legale avanti all'ufficio di Procura o al corrispondente ufficio giudicante.L'attività del PM si esplica, di regola, nel settore penale, ma comprende anche l'esercizio di funzioni in determinate procedure civili.Negli uffici di Procura istituiti presso Tribunali strutturati con sezione unica promiscua possono ritenersi sussistenti i presupposti dell'incompatibilità se alla ristretta dimensione della sede (e quindi con una più immediata percezione esterna della situazione) si accompagna da parte del professionista l'esercizio di attività nel solo settore penale o comunque in tutte le materie.Per le sedi nelle quali la struttura organizzativa del Tribunale prevede la distinzione in diversi settori la incompatibilità non va ritenuta sussistente se il legale opera esclusivamente nel settore civile e se non si verifichino rilevanti interferenze con eventuali funzioni del PM nelle procedure civilistiche.Diverso criterio si deve adottare nel caso in cui il professionista operi nel settore penale. In questo caso la identità della materia trattata determina di per sé l'incompatibilità e neppure la collocazione del PM in un settore specialistico del suo ufficio esclude possibili interferenze essendo lo stesso chiamato a svolgere attività che interessano altre materie (turni, partecipazione ad udienze GIP o dibattimentali e sostituzioni). Di conseguenza solo l'esercizio da parte del parente avvocato di attività rigorosamente delimitata ad un settore specialistico che non presenti interferenze con l'attività del PM, anch'essa rigorosamente specialistica, può essere considerata al fine di escludere la incompatibilità.In ogni caso non può attribuirsi rilievo a dichiarazione del legale con la quale si impegna a non trattare la materia del settore in cui opera il parente PM.In relazione all'ufficio di Procura presso il Tribunale per i Minorenni si richiamano i criteri inerenti la specialità della materia trattata da quest'ultimo ufficio.In relazione ai magistrati che prestano servizio alla Procura Generale presso la Corte di Appello i criteri di valutazione dell'incompatibilità sono mutuabili da quelli indicati per la Corte e quindi con riferimento alla intensità defensionale davanti a quell'ufficio ed alla relativa organizzazione tabellare.Dirigenti degli Uffici. La posizione rivestita dai capi degli uffici attribuisce ad essi un ruolo di preminenza che incide già di per sé sul grado di considerazione di cui godono all'esterno, indipendentemente dal concreto settore nel quale svolgono la propria attività giudiziaria: la loro figura ed il correlativo riflesso esterno contribuiscono non poco all'immagine di imparziale esercizio della giurisdizione da parte dell'ufficio diretto.Di regola, quindi, i magistrati preposti ad uffici giudiziari di merito non debbono avere parenti che esercitano la professione forense presso l'ufficio stesso. Solo per le sedi di grandi dimensioni possono essere considerate situazioni particolari, da apprezzare caso per caso (es. parente che svolga attività del tutto marginale).In relazione ai magistrati preposti ad uffici requirenti, attesa la materia penalistica trattata, la incompatibilità può essere esclusa nel caso in cui, avuto anche riguardo alle dimensioni dell'ufficio, il parente svolga esclusiva attività nel settore civile o del lavoro.Per il Presidente della Corte di Appello ed il Procuratore Generale, vale inoltre quanto previsto dalla presente circolare con riferimento ai magistrati addetti alla Corte di Appello ed alla relativa Procura Generale circa la necessità di valutare se vi sia da parte del parente o affine esercizio di attività professionale presso un ufficio di primo grado compreso nel distretto.Magistrati inseriti in tabella infradistrettuale. La sede di abituale esercizio della funzione per questo magistrato resta quella dell'ufficio di appartenenza e quindi si applicano gli ordinari criteri. La sua destinazione a svolgere funzioni di supplenza presso altro ufficio "collegato" potrebbe comportare il temporaneo esercizio di funzioni presso l'ufficio avanti al quale un prossimo congiunto esercita con continuità la sua attività professionale. Tale situazione, per la sua temporaneità, non comporta, tendenzialmente, situazioni di incompatibilità: dovrà, comunque, essere cura dei capi di Corte o dei Procuratori Generali verificare, preventivamente all'inserimento nella tabella o, in ogni caso, al momento della destinazione, la assenza di situazioni che renderebbero inopportuna la destinazione stessa.Nei casi di "coassegnazione" il magistrato conserva la sua sede presso l'ufficio di appartenenza ma viene stabilmente destinato a svolgere funzioni giurisdizionali presso altro ufficio. Con riferimento alla sede di appartenenza si applicano, come si è visto, le norme generali mentre con riferimento alla sede in coassegnazione può configurarsi una forma di incompatibilità rilevante ai sensi dell'art. 18 O.G. e dovrà essere cura dei Capi degli Uffici competenti evitare preventivamente (anche a seguito di segnalazione del magistrato interessato) che possano verificarsi situazioni che rendano inopportuna la destinazione del magistrato, destinazione comunque suscettibile di revoca ove la presenza del parente esercente la professione forense venga acquisita successivamente alla designazione.Magistrati distrettuali. Il loro ufficio di appartenenza è la Corte di Appello o la Procura Generale a seconda che svolgano funzioni giudicanti o requirenti (art. 4 L. 48/2001) e possono essere destinati in supplenza presso uffici giudiziari del distretto. In mancanza di situazioni che giustifichino una supplenza possono essere applicati sempre in ambito distrettuale e quindi, ove ciò non sia necessario, destinati a svolgere incarichi di collaborazione presso i Consigli Giudiziari. La natura temporanea delle funzioni svolte presso diversi uffici del distretto, ivi compresa la sede di appartenenza, porta a ritenere di regola (e salvo situazioni particolari) non configurabile una condizione di incompatibilità con parenti esercenti la professione forense presso un qualsiasi ufficio del distretto. Dovrà essere cura del capo dell'ufficio evitare (attraverso un previo accertamento) che la destinazione in supplenza o applicazione avvenga presso un ufficio nel quale possano sussistere situazioni che rendano inopportuna la destinazione stessa.Modi e forme di esercizio della professione forenseSi è visto che la disciplina sulle incompatibilità si applica anche per gli avvocati iscritti nell'elenco speciale annesso all'albo (art. 3 RDL 27 novembre 1933 n. 1578): in virtù di tale iscrizione infatti gli stessi possono esercitare la professione forense limitatamente agli affari ed alle cause dell'ente da cui dipendono. Anche per questa categoria possono quindi profilarsi situazioni concrete di incompatibilità nel caso di esercizio della professione avanti all' ufficio ove presta servizio il parente magistrato. Dei peculiari connotati del concreto esercizio della professione si dovrà in ogni caso tener conto in applicazione dei criteri che si sono enunciati.Nella valutazione inerente l'attività professionale del parente del magistrato esercente la professione forense può acquistare rilievo la forma di esercizio della attività stessa.Accanto alla tradizionale forma dello studio individuale si sono venute affermando forme di esercizio della professione che presentano aspetti di interesse non solo al fine di individuare la posizione del prossimo congiunto all'interno dello studio con riferimento alla materia trattata, ma anche per valutare gli effetti che sulla incompatibilità può riverberare l'esercizio del mandato defensionale avanti all'ufficio del magistrato da parte di altri soggetti appartenenti al medesimo studio.Non pare avere rilievo, ai fini in esame, l'esercizio della attività professionale ricorrendo alla "società di mezzi" con la quale si è stipulato contratto per la fruizione dei servizi offerti dalla società al professionista. In questo caso l'attività del professionista avanti all'ufficio giudiziario viene svolta in modo individuale, né pare possano verificarsi interferenze negative con altri legali fruenti della stessa società.Con maggiore attenzione dovranno invece essere valutate quelle forme di collaborazione di fatto tra professionisti caratterizzate da un accordo in base al quale due o più legali fruiscono delle stesse strutture organizzative al fine di ridurre i costi ed incrementare i guadagni. In questi casi, invero, la "comunanza" della attività professionale degli avvocati acquista un rilievo soprattutto quando si realizzi anche una forma collaborativa nella reciproca attività professionale. In questi casi gli interessati dovranno fornire elementi utili che consentano di valutare l'incidenza di tale situazione sul complessivo rapporto tra l'avvocato ed il parente magistrato.L'attività professionale può essere svolta anche presso uno studio dei cui profitti non si è partecipi, ricevendosi dal titolare compensi variamente determinati. Tale circostanza non scrimina in ordine alla applicazione dei criteri generali di cui si è detto in precedenza.Attentamente valutata dovrà essere, anche, la situazione riguardante la incompatibilità con riferimento alla attività del titolare dello studio, nel senso che non appare sufficiente un mero impegno del parente avvocato a non esercitare avanti al magistrato.Diverso è il caso di esercizio della professione nell'ambito di società tra professionisti ( D.lgs 96/2001). Gli avvocati soci esercitano in comune la professione ed il mandato viene conferito alla società secondo quanto previsto dall'art. 24 del citato decreto legislativo il quale prevede che l'incarico stesso possa essere adempiuto da ciascun socio. La società è iscritta in una sezione speciale dell'albo del Consiglio dell'Ordine nella circoscrizione in cui è posta la sede legale - mentre il socio avvocato può essere iscritto anche ad un diverso Consiglio dell'Ordine - e può avere sedi secondarie in altri luoghi.Se la società opera in tutti i settori dell'attività giudiziaria può profilarsi incompatibilità non solo per il professionista socio, che non potrà esercitare stabilmente avanti ad un ufficio nel quale opera il magistrato suo parente, ma anche nei confronti degli altri soci e ciò indipendentemente dalla materia personalmente trattata da quest'ultimo all'interno della società. Nel caso, poi, che la società si occupi esclusivamente di materia specialistica in settore diverso da quello ove opera il magistrato, la valutazione della situazione di incompatibilità avverrà tenendo conto dei criteri generali già enunciati con riferimento alla organizzazione tabellare dell'ufficio.Nell'ipotesi in cui, pur in presenza di attività della società avanti all'ufficio giudiziario ove operi un magistrato parente del socio, risulti che quest'ultimo presta la sua attività professionale in luogo diverso, presso sede secondaria della società, la incompatibilità può essere, in generale, esclusa.Analoghi criteri si applicheranno con riferimento alla partecipazione del congiunto del magistrato ad associazione tra professionisti.Occorre poi precisare che si ritiene possa incidere sulle situazioni di incompatibilità sopra delineate la circostanza che, all'interno di un ufficio legale organizzato con le forme sopra esaminate, il prossimo congiunto non svolga attività materiale di rappresentanza in giudizio, ma unicamente attività di studio e di redazione atti.Situazioni analoghe a quelle previste dall'art. 18 O.G.Il rapporto di coniugio.I vincoli famigliari considerati nell'art. 18 O.G. non contemplano il rapporto di coniugio tra il magistrato e l'esercente la professione legale. Come è ben noto la ragione della omessa previsione è da individuarsi nel fatto che all'epoca della emanazione della disciplina dell'ordinamento giudiziario le donne non erano ammesse al concorso in magistratura ed era molto limitato l'esercizio da parte loro della professione forense. Il superamento di quei limiti e la positiva evoluzione del ruolo della donna nella società ed in particolare, per quanto interessa, nel campo della magistratura ed in quello dell'esercizio della professione legale, ha reso effettivo il problema della sussistenza di una violazione del prestigio della funzione di magistrato e di violazione della regola della "par condicio" tra persone esercenti la professione forense anche in relazione al coniugio.Esclusa la possibilità di interpretazione analogica, attesa la natura eccezionale del disposto dell'art. 18 O.G. che impone limitazioni alla facoltà di elezione della sede da parte del magistrato e costituisce deroga al principio costituzionale della inamovibilità, si ritiene che simili situazioni debbano trovare collocazione nel disposto dell'art. 2 L.G. il quale, nel disciplinare il trasferimento ad altra sede dei magistrati nei casi di cui agli artt. art. 16, 18, 19 O.G. (che sono situazioni di incompatibilità ambientale "specifiche"), prevede, in via generale, la stessa procedura anche "quando, per qualsiasi causa anche indipendente da loro colpa, non possono, nella sede che occupano, amministrare giustizia nelle condizioni richieste dal prestigio dell'Ordine Giudiziario".Non sembra possa contestarsi il fatto che l'esercizio della professione forense in modo abituale avanti all'ufficio nel quale il coniuge svolge le funzioni di magistrato determini violazione di quegli stessi valori che, si è visto, essere alla base del disposto dell'art. 18 O.G. e la cui compromissione causa lesione del prestigio dell'Ordine Giudiziario. D'altro canto, l'art. 2 L.G. adempie proprio, nel complesso delle molteplici e difformi situazioni che la generica formulazione riconduce al suo ambito applicativo, alla funzione di tutela della istituzione giudiziaria dalle conseguenze negative derivanti da situazioni, anche incolpevoli, concernenti i magistrati.Posta, dunque, la astratta riconducibilità della situazione di coniugio in esame alla ipotesi di cui all'art. 2 L.G. occorre, anche in questo caso, precisare che la incompatibilità deve esistere in concreto con riferimento alla potenzialità lesiva del prestigio della funzione giudiziaria derivante dal contemporaneo esercizio presso lo stesso ufficio di funzioni giudiziarie e legali da parte di coniugi. Al riguardo, idonei criteri di valutazione appaiono quelli già sopra delineati a proposito delle incompatibilità ex art. 18 O.G.Appare, poi, opportuno considerare il problema della rilevanza, ai fini della incompatibilità, delle vicende che possono verificarsi nel rapporto coniugale.Mentre possono ritenersi incidenti sulla esclusione dei presupposti della incompatibilità la separazione legale ed, a maggior ragione, il divorzio in quanto sono istituti legali che sanciscono il venir meno della comunione, non altrettanto sembra possa ritenersi in ordine alla separazione di fatto e ciò in quanto (cfr. parere ufficio studi 90/90) si è osservato che deve ritenersi "prevalente la opportunità di salvaguardare il dato formale rispetto ai terzi che potrebbero non avere una chiara conoscenza delle vicende familiari". Devono, infine, farsi salvi i casi in cui risulti che anche l'apparenza sia venuta meno e ciò in quanto tale circostanza incide, sostanzialmente, sulla reale sussistenza della "lesività" del vincolo matrimoniale ai fini in esame.La stabile convivenzaAnche la situazione personale del magistrato e dell'esercente la professione forense che scelgono di convivere assume necessariamente rilevanza ai fini della incompatibilità ambientale ex art. 2 L.G. per le stesse ragioni esposte al punto che precede. Invero, pur in presenza di differenze tra il coniugio e la convivenza sotto il profilo della rilevanza giuridica e degli effetti conseguenti, tuttavia la convivenza determina, all'esterno, una immagine sostanzialmente sovrapponibile a quella del rapporto di coniugio con evidenti riflessi in termini di incompatibilità. Ne consegue che anche a tale situazione si dovranno applicare i criteri sopra enunciati.La situazione di fatto in esame presenta, peraltro, difficoltà "definitorie" essendosi osservato (cfr. parere dell'ufficio studi n. 96/96) che assumono rilievo "l'elemento soggettivo concretantesi nel reciproco trattamento analogo a quello coniugale, l'elemento oggettivo, estrinsecantesi oltre che nella notorietà anche nella stabilità del rapporto e l'identificazione del criterio minimo di stabilità indispensabile per riconoscerle rilievo".Al riguardo si ritiene che incomba al magistrato l'onere di dichiarare la condizione di convivenza allorché la stessa, sia per come viene affettivamente vissuta sia per la situazione di fatto conseguente, abbia assunto i caratteri della stabilità.Rapporti di parentela diversi da quelli previsti dall'art. 18. O.G.I rapporti di parentela tra magistrato ed esercente la professione forense di grado diverso da quello definito dall'art.18 O.G. non rilevano, di per sé, ai fini della incompatibilità e, quindi, non debbono essere oggetto di dichiarazione.Tali situazioni possono assumere rilevo ai sensi dell'art. 2 L.G. ove risultino situazioni specifiche che dimostrino, per il comportamento del magistrato o dell'avvocato ovvero per la dimensione della sede e per gli intralci al buon funzionamento del servizio, una lesione della immagine della funzione giudiziaria svolta.Analogamente deve ritenersi con riguardo a quelle situazioni, quali il rapporto tra affini, che pur non determinando una situazione giuridicamente rilevante, purtuttavia, sono percepite all'esterno come relazioni parentali.Rapporti di parentela, coniugio, stabile convivenza di magistrati con praticanti avvocati. Secondo la disciplina dettata dall'art. 8 RDL 27 novembre 1933 n. 1578 (come modificato dalla legge 479/99) i praticanti avvocati, dopo un anno dall'iscrizione nel registro speciale tenuto dal Consiglio dell'Ordine degli Avvocati presso il Tribunale nel cui distretto hanno la residenza, sono ammessi, per un periodo non superiore a sei anni, ad esercitare attività professionale anche dinanzi al Tribunale in composizione monocratica nei limiti di cui all'art. 7 della legge citata.Come si è già rilevato anche per tale categoria è, in astratto, ipotizzabile una situazione rilevante ai fini della generale incompatibilità di sede ex art. 2 L.G. Infatti, va considerato che, per un verso, i praticanti avvocati sono abilitati al patrocinio per la durata di sei anni con riferimento a determinate materie nel settore civile e penale, per altro verso, essi svolgono il praticantato presso uno o più studi di avvocati. Appare evidente che, ove presso un ufficio del luogo di svolgimento di attività del praticante presti servizio un magistrato che sia suo parente o coniuge o convivente, la situazione che si realizza può determinare lesione dell'immagine di imparziale e corretto esercizio della funzione giudiziaria.La rilevanza di queste situazioni dovrà, quindi, essere valutata caso per caso tenendo conto di una pluralità di elementi di giudizio: le dimensioni della sede, la posizione ricoperta dal magistrato nell'ufficio, la collocazione tabellare del magistrato, la materia trattata dal praticante avvocato e dallo studio professionale presso il quale avviene il praticantato nonché, relativamente a quest'ultimo, la frequenza di attività avanti all'ufficio al quale appartiene il magistrato.Gruppi familiari.Questa dizione viene usata per definire la situazione che può verificarsi presso alcune sedi giudiziarie nelle quali si realizza la compresenza di una molteplicità di familiari, alcuni dei quali magistrati ed altri avvocati.La incompatibilità va, ovviamente, valutata e risolta considerando i singoli rapporti bilaterali. La rilevanza del "gruppo familiare", pur in presenza di situazioni bilaterali non rivelatrici di incompatibilità, può venire invece in rilievo ai fini di cui all'art. 2 L.G. qualora, con riferimento alla dimensione della sede e/o ad altre specifiche circostanze di fatto emerse, risulti che la compresenza di parenti determini una lesione della immagine di imparziale esercizio della funzione.La incompatibilità tra magistrati ( art.19 O.G.)La disposizione dell'art. 19 O.G. primo comma interessa i magistrati aventi tra di loro vincoli di parentela o di affinità fino al terzo grado ed afferma la regola generale secondo la quale gli stessi "non possono far parte della stessa corte o dello stesso tribunale o dello stesso ufficio giudiziario".Ambito soggettivo: la disposizione ha riferimento ai soli magistrati ordinari ivi compresi, a differenza del disposto dell'art. 18 O.G., anche i magistrati che svolgono funzioni di legittimità presso la Corte di Cassazione. Cio' si desume dalla stessa dizione letterale della norma che non contiene un riferimento alle sole Corti di Appello ( come nell'art. 18 O.G.) mentre l'ultimo comma dell'art. 19 usa la locuzione "nelle Corti" che non può che essere riferita anche alla Corte di Cassazione.La disciplina non riguarda, dunque, i rapporti parentali con magistrati onorari ed implica, per la stessa sua finalità, che i magistrati ordinari svolgano effettivamente funzioni giurisdizionali: quindi non interessa coloro i quali si trovino fuori ruolo per qualsiasi causa. Coloro che si trovino in questa condizione non hanno l'onere della dichiarazione, ma debbono provvedervi al momento della ripresa della attività giurisdizionale presso la sede di destinazione.Il rapporto di parentela contemplato è poi più ampio rispetto a quello di cui all'art. 18 O.G. e si estende, in linea retta, anche ai "pronipoti" rispetto all'avo e, in linea collaterale, al rapporto nipote/zio. Per quanto riguarda il rapporto di affinità interessa le relazioni coi fratelli/sorelle del coniuge nonché gli zii del coniuge. Definizione degli uffici ai quali appartengono i magistratiLa norma ha riferimento ai magistrati ordinari che svolgono funzioni giurisdizionali presso la stessa Corte, Tribunale o ufficio giudiziario. Il termine Corte si riferisce, come si è sopra osservato, sia alla Corte di Cassazione che alla Corte di Appello mentre il termine Tribunale si riferisce, per comune accezione dell'Ordinamento Giudiziario, al Tribunale Ordinario.Il termine "ufficio giudiziario", contemplato dalla norma dopo la locuzione "Corte" e "Tribunale", sembra avere la funzione di previsione "residuale" che riguarda quindi gli uffici giudiziari non espressamente elencati e quindi le Procure presso i Tribunali Ordinari, le Procure Generali presso le Corti di Appello, la Procura Generale presso la Corte di Cassazione nonchè le altre strutture autonome costituenti i Tribunali per i Minorenni, il correlativo ufficio requirente, i Tribunali di Sorveglianza e gli Uffici di Sorveglianza. Sembra, infatti, doversi escludere che l'uso del termine "ufficio giudiziario" possa intendersi riferito a singole articolazioni di una struttura giudiziaria (sezione o altro). Lo esclude non solo la nozione di ufficio giudiziario ricavabile dall'Ordinamento Giudiziario, ma anche il semplice tenore della disposizione che pone "l'ufficio giudiziario" subito dopo la elencazione della "Corte" e del "Tribunale", ossia di due strutture articolate. D'altro canto sarebbe illogico se, dopo aver escluso la compatibilità della compresenza di parenti nella stessa "Corte" o "Tribunale", se ne prevedesse la esclusione con riferimento a singole componenti della stessa struttura e, nel contempo, non prevedendo la incompatibilità per altre strutture autonome quali gli uffici di Procura presso il Tribunale Ordinario e presso la Corte di Appello, ovvero i Tribunali di Sorveglianza o i Tribunali per i Minorenni.La disposizione generale in esame è, quindi, nel senso della incompatibilità per i magistrati legati da rapporto di parentela nei gradi indicati che appartengano allo stesso ufficio giudiziario: costoro non possono far parte dello stesso Tribunale, della stessa Corte di Appello o di Cassazione, della stessa Procura, della stessa Procura Generale, dello stesso Tribunale di Sorveglianza e dello stesso Tribunale per i Minorenni.Disposizione derogatoria e divieto tassativo: il secondo comma dell'art. 19 O.G. prevede che la disposizione di cui al comma precedente "non si applica" quando, a giudizio del Consiglio Superiore della Magistratura, possa in concreto escludersi "qualsiasi intralcio al regolare andamento del servizio", avuto riguardo al numero dei componenti il collegio o l'ufficio giudiziario. Il terzo comma dispone, poi, che "non possono far parte come giudici dello stesso collegio giudicante nelle Corti e nei Tribunali Ordinari i parenti e gli affini sino al quarto grado".I valori tutelati dalla norma.Il principio generale enunciato dal primo comma dell'art. 19 O.G. colloca la disposizione, al pari del disposto dell'art. 18 O.G., quale specificazione delle situazioni di incompatibilità per ragioni ambientali tutelato dall'art. 2 L.G. ed è anch'esso finalizzato alla tutela della immagine di imparziale esercizio della giurisdizione. In particolare, viene in rilievo, nel caso di specie, la lesione che può derivare dalla sola apparenza di reciproci condizionamenti nell'esercizio della funzione connessa alla compresenza di parenti presso lo stesso ufficio giudiziario.Rispetto all'ipotesi contemplata dall'art.18 O.G. vi è, nel caso in esame, una potenzialità lesiva dell'interesse che ha aspetti diversi e di minore intensità: l'esercizio da parte dei magistrati della stessa funzione presso lo stesso ufficio oltre, evidentemente, a non avere alcun riflesso sul libero esercizio della attività forense, non implica necessariamente la partecipazione con ruoli diversi alla stessa attività giudiziaria ed è quindi la sola comune attività presso l'ufficio che può determinare una immagine di mero reciproco condizionamento. Va, infatti, precisato che non rientrano in questa disposizione ( ma semmai in quella generale di cui all'art. 2, come si vedrà in seguito) i casi di magistrati appartenenti ad uffici diversi ma "intersecantisi" nelle rispettive funzioni.In questo generale contesto va, poi, considerata l'ipotesi derogatoria: la legge attribuisce al Consiglio il potere di non applicare la norma sulla incompatibilità quando verifichi che dalla compresenza di magistrati parenti, per le dimensioni dell'ufficio stesso ( o del collegio), non derivino intralci al regolare andamento del servizio. Non sembra che dal regime derogatorio possa dedursi che la funzione della norma nel suo complesso sia quella di tutelare il regolare funzionamento dell'ufficio unicamente nella sua attività "materiale" (difficoltà operative conseguenti alla compresenza): il secondo comma tende a consentire di adeguare il rigore del principio alle diverse e molteplici situazioni concrete attribuendo, per un verso, al Consiglio l'esame di tutte le situazioni rilevanti e l'esercizio del potere derogatorio ed indicando, per altro verso, i limiti sino ai quali è consentito esercitarlo.Criteri di applicazione della normaSi è, dunque, visto come il sistema delineato dall'art. 19 O.G. tenda essenzialmente a garantire la credibilità della funzione giudiziaria unitamente ad un regolare svolgimento della attività dell'ufficio. Occorre quindi delineare criteri di massima da adottare nella valutazione delle situazioni, ai fini della applicazione del sistema derogatorio fermo restando, anche in questo caso, che si dovranno, comunque, considerare gli aspetti concreti che ogni singola situazione presenta.Certamente non ci si può affidare, per risolvere il problema, alle norme che disciplinano la astensione giacchè queste sono disposizioni che tendono a preservare la libertà di condizionamento del magistrato nel singolo procedimento allorché, occasionalmente, si verifichi una situazione rilevante mentre la disposizione in esame ha finalità piu'ampie e diverse tendendo a preservare l'immagine dell'ufficio e della funzione svolta: d'altro canto proprio la pluralità di situazioni di astensione determinerebbe una di quelle anomalie funzionali dell'ufficio ostative alla compresenza.Lo stesso disposto dell'art. 19 comma secondo O.G. fornisce il parametro valutativo del numero dei componenti dell'ufficio: ciò coerentemente col logico principio ( già utilizzato a proposito dell'art.18) secondo il quale il rischio di lesione dei valori tutelati ( al cui realizzarsi contribuisce anche concretamente la conseguente disfunzione dell'ufficio) è direttamente rapportabile alle dimensioni dello stesso. Infatti, in sedi di piccole/medie dimensioni è più immediata la percezione esterna di tali situazioni, tanto più che non è, di regola, possibile, in tali contesti, contemperare la compresenza di più magistrati tra loro legati da vincoli parentali col regolare funzionamento del servizio.Considerando le diverse tipologie di uffici giudiziari si possono esprimere quindi i seguenti criteri :Uffici Giudicanti : gli aspetti di disfunzionalità e di lesione della immagine appaiono più concretamente ravvisabili in uffici di piccole dimensioni che risentono, in modo più immediato, degli aspetti negativi della compresenza di magistrati. Ciò appare avvenire in Tribunali o Corti organizzate con sezioni uniche promiscue in relazione ai quali la deroga potrà essere concessa solo se, senza rilevanti variazioni tabellari, sia possibile assicurare stabilmente l'attività dei magistrati parenti in distinte materie, senza intralci per gli altri servizi dell'ufficio, ivi compresa la composizione dei collegi ed il rispetto di criteri di equa e razionale distribuzione del lavoro.In Tribunali o Corti di piu' ampie dimensioni, organizzati con due o piu' sezioni, la deroga potrà essere concessa se la collocazione dei magistrati avviene in sezioni diverse o comunque in sezione con organico numericamente consistente il quale consente lo svolgimento delle rispettive attività senza inconvenienti e nel rispetto del disposto dell'ultima parte dell'art.19 O.G.La deroga non potrà essere concessa ove i magistrati operino, nell'ambito dello stesso ufficio, in settori funzionalmente intersecantisi (es. funzioni di GIP e di giudice del dibattimento penale sia esso monocratico o collegiale) a meno che, per le dimensioni dell'ufficio, sia possibile escludere stabilmente e senza rilevanti intralci, con idoneo accorgimento organizzativo, il sistematico verificarsi di simile evenienza.Di regola la attività presso sezione distaccata non confligge con la attività del parente magistrato presso la sede centrale anche se entrambi si occupano della stessa materia.Con riferimento ai Tribunali per i Minorenni e di Sorveglianza non rileva, in questa sede, la specificità della materia trattata ed il regime derogatorio sarà regolato secondo i criteri generali più sopra enunciati. Con riferimento alla Corte di Cassazione si può osservare, attese le funzioni di legittimità e le sue conseguenti caratteristiche funzionali, che si può ammettere la compresenza col solo limite della diversità dei collegi nel rispetto del disposto dell'ultima parte dell'art. 19 O.G. Uffici Requirenti. Anche per questi uffici deve considerarsi, come elemento che consente la deroga, quello relativo alla consistenza dell'organico. Occorre al riguardo considerare che l'espletamento di attività requirente da parte di parenti presso lo stesso ufficio è circostanza che non appare di per sé lesiva della immagine di imparziale esercizio della funzione purchè ciò avvenga senza alcuna reciproca interferenza nel lavoro e purchè le problematiche connesse al rapporto parentale non incidano sulla stessa funzionalità dell'ufficio. Tale evenienza può verificarsi in uffici di Procura (presso il Tribunale Ordinario o presso la Corte di Appello) di piccole dimensioni nei quali, al di là della dimensione della sede, la consistenza dell'organico non consente di far fronte all'ordinaria attività e di sopperire alle situazioni di supplenza, turni, ferie, astensioni etc. senza che si verifichino inconvenienti derivanti dalla presenza dei parenti.Dirigenti degli Uffici. La funzione dirigenziale svolta dal magistrato porta ad escludere la possibilità di presenza nello stesso ufficio di un congiunto anche se vi sia distinzione nella rispettiva attività giurisdizionale. In questo caso infatti assume rilievo la diversa posizione all'interno dell'ufficio ed il fatto che uno dei magistrati è soggetto alle scelte organizzative dell'altro con conseguente sospetto di scelte operate non nell'interesse della funzionalità del servizio e dell'uguale trattamento per tutti gli appartenenti all'ufficio stesso.L'incompatibilità potrà essere verificata anche con riferimento al rapporto di parentela o affinità entro il terzo grado intercorrente tra il Presidente del Tribunale del capoluogo di distretto ed i Giudici addetti al locale Tribunale per i minorenni o tra il Presidente della Corte di Appello o il Procuratore Generale presso la Corte medesima ed un magistrato addetto rispettivamente ad un Tribunale o ad una Procura della Repubblica del distretto (ivi compresa la Procura presso il Tribunale per i Minorenni), in ragione del pericolo di interferenze sul corretto esercizio da parte dei predetti magistrati dirigenti del potere di sorveglianza, a norma delle disposizioni degli artt. 14 e 16 R.D.L.vo 31 maggio 1946 n. 511.Situazioni analoghe a quelle previste dall'art. 19 O.G.Il rapporto di coniugioAl pari dell'art. 18 anche l'art. 19 dell'O.G. non contempla, per le ragioni che già si sono esposte in precedenza, il rapporto di coniugio tra magistrati quale causa di incompatibilità. Sussiste, anche in questo caso, l'evidente esigenza di tutela dei valori di cui si è detto sopra. Ove la presenza dei coniugi presso lo stesso ufficio - per le funzioni da loro esercitate - determini anche solo una apparenza di compromissione della immagine di imparziale esercizio della giurisdizione ed inconvenienti nell'ordinato svolgimento dell'attività dell'ufficio potrà ipotizzarsi, per rimuovere tale situazione, il ricorso alla procedura ex art. 2 L.G. I criteri di valutazione delle situazioni, ferma restando la verifica concreta, sono quelli già esposti relativamente alla disciplina di cui all'art. 19 O.G.Il rapporto di stabile convivenza.Si è già rilevato come la stabile convivenza determini, di fatto, una situazione sovrapponibile a quella del coniugio e quindi va richiamato quanto esposto al punto che precede. Anche in questo caso dovranno essere i magistrati interessati a dover segnalare la condizione di convivenza allorché la stessa, sia per come viene affettivamente vissuta sia per la situazione di fatto conseguente, abbia assunto i caratteri della stabilità. In ogni caso i dirigenti degli uffici dovranno vigilare affinché di tali situazioni venga reso edotto il Consiglio.Magistrati legati da vincolo di parentela, affinità, coniugio o stabile convivenza che prestano servizio in uffici diversi della stessa sede giudiziaria.Si è visto come la disciplina di cui all'art. 19 O.G. riguardi i magistrati legati da rapporto di parentela che svolgono la propria attività nell'ambito dello stesso ufficio giudiziario. Si è anche visto quali siano le regole che si applicano ai casi di coniugio e convivenza in situazioni analoghe. Diverso è il caso di appartenenza di magistrati ad uffici diversi della stessa sede giudiziaria. Se, di regola, tale situazione non ha alcun rilievo ai fini della incompatibilità, può verificarsi che i magistrati che si trovino nei rapporti sopra descritti appartengano ad uffici tra i quali sussiste una relazione funzionale: funzioni di PM rispetto a funzioni di Giudice (GIP, o giudice penale monocratico o collegiale), funzioni giudicanti di primo grado rispetto a funzioni giudicanti di secondo grado.Nella disciplina processuale si rinvengono specifiche norme che escludono la possibilità che coniugi o parenti o affini sino al secondo grado si occupino dello stesso procedimento (vedi art. 35 c.p.p "Nello stesso procedimento non possono esercitare funzioni, anche separate o diverse, giudici che sono tra loro coniugi, parenti o affini fino al secondo grado").Si deve poi considerare che la esigenza di sistematico ricorso alla astensione determina una disfunzione rilevante del servizio ed a ciò deve aggiungersi che, indipendentemente dalla incompatibilità relativa al singolo procedimento, tale situazione può determinare all'esterno una immagine di "giustizia domestica" ancor più marcata di quella derivante dalla contemporanea presenza di magistrati parenti nello stesso ufficio.Anche in questo caso la situazione può essere rilevante ai fini della incompatibilità ex art. 2 L.G. La relativa valutazione può essere effettuata, in concreto, utilizzando il criterio delle dimensioni degli uffici: qualora la struttura organizzativa degli stessi, date le modeste dimensioni, non consenta di escludere stabili interferenze, si verificherà una più immediata percezione esterna e quindi una più intensa compromissione dei valori tutelati.Va precisato infine, con riguardo al grado di parentela o affinità che deve intercorrere tra i magistrati ai fini della rilevanza della ipotesi sopra descritta, che manca, nel caso di specie, un riferimento normativo ed il rapporto di parentela o di affinità è molto ampio. Trattandosi di ipotesi ex art. 2 L.G. si ritiene che il grado di parentela o affinità (nonché quello di coniugio o di stabile convivenza) sia uno degli elementi da valutare insieme agli altri concretamente indicativi della lesione dei valori tutelati ed al riguardo quindi la indicazione del rapporto parentale di cui all' art .19 O.G. può essere un utile riferimento.Magistrati ordinari legati da rapporto di coniugio, stabile convivenza, parentela o affinità con giudici onorari.Il rango costituzionale del principio di inamovibilità del magistrato ordinario, solo eccezionalmente derogabile nei casi espressamente previsti dall'ordinamento e solo quando non sia diversamente ovviabile se non con il trasferimento, fa sì che non sia configurabile per lo stesso un caso di incompatibilità rilevante ex art. 2 L.G. in ragione di rapporto di parentela, coniugio o stabile convivenza con magistrato onorario.Rilevazione delle incompatibilitàLe situazioni da dichiarare. Con riferimento alle situazioni rilevanti ex art. 18 RD n.12/1941 e situazioni analoghe descritte al titolo IV del capo I della circolare devono essere oggetto di dichiarazione da parte del magistrato i rapporti di parentela o affinità nei gradi indicati dalla legge nonché i rapporti di coniugio o stabile convivenza con esercenti la professione forense (ivi compresi gli iscritti all'albo dei praticanti avvocati ed all'elenco speciale ex art. 3 RD 27 novembre 1933 n. 1578) quale che sia l'ufficio avanti al quale gli stessi abitualmente esercitano. Con riferimento alle situazioni rilevanti ex art. 19 RD n. 12/1941 e situazioni analoghe descritte al titolo IV del capo II dovranno essere oggetto di segnalazione solo le situazioni nelle quali i magistrati parenti o affini nei gradi indicati ovvero coniugi o stabili conviventi esercitano le funzioni nello stesso ufficio giudiziario nonché in uffici giudiziari della stessa sede allorché sussistano le connessioni funzionali di cui all'art.35 della circolare.I magistrati potranno anche segnalare altre situazioni diverse da quelle sopra specificate (di alcune è cenno anche nella presente relazione) ove ritengano di sottoporre le stesse a valutazione del Consiglio.Momento temporale nel quale la dichiarazione deve essere resa.Si è già precisato che l'onere della dichiarazione compete ai magistrati ordinari che esercitano funzioni giurisdizionali.Si possono distinguere tre diverse situazioni che ingenerano l'obbligo: Quando il magistrato indica una sede nella quale chiede di svolgere la sua attività. Ciò si verifica per l' uditore al momento della indicazione della sede di preferenza nell'ambito della procedura di prima assegnazione; per il magistrato in servizio al momento della presentazione di domanda di tramutamento, per qualsivoglia sede o ufficio, o conferimento incarico semidirettivo o direttivo; per il magistrato fuori ruolo al momento dell' apertura della procedura per il rientro in servizio; per i magistrati per i quali occorre procedere d'ufficio alla rassegnazione di una sede nel momento in cui viene invitato ad indicare l'ordine di preferenza.In questi casi le norme regolamentari impongono l'obbligo di dichiarare se nella sede richiesta vi siano situazioni potenzialmente rilevanti ai fini della incompatibilità (la circolare n. 15098 del 30.11.1993 e succ. integraz. - Disposizioni in tema di tramutamenti e di assegnazione per conferimento di funzioni recita al paragrafo V n. 9 "Gli interessati sono Tenuti, con la domanda e, comunque, non oltre la data della delibera di plenum, a segnalare qualunque situazione, anche sopravvenuta, di potenziale incompatibilità, ai sensi degli artt. 18 e 19 dell'Ordinamento Giudiziario, rispetto all'ufficio richiesto". Ed il n. 10 prevede che " L'inosservanza di tale onere va segnalato ai titolari dell'azione disciplinare".) Le dichiarazioni di cui sopra saranno esaminate dalla commissione competente a disporre la destinazione sulla base degli elementi forniti dall'interessato e delle eventuali informazioni assunte. Tale valutazione peraltro non definisce la posizione e l'eventuale accoglimento della domanda non comporta una valutazione di esclusione della incompatibilità ma costituisce solo una delibazione preliminare circa la non macroscopica evidenza della stessa alla luce della situazione rappresentata e quindi non pregiudica la successiva valutazione in concreto dopo la destinazione tabellare. Il magistrato quindi, al momento della presa di possesso nell'ufficio ( ed in particolare nel momento in cui viene definita la sua collocazione tabellare), deve rendere la formale dichiarazione che verrà valutata dalla commissione consiliare competente per le incompatibilità.Quando nella sede ove il magistrato presta servizio sopravvenga una situazione rilevante ai fini della incompatibilità ovvero intervengano modifiche delle situazioni già segnalate. In questi casi la dichiarazione va resa entro sessanta giorni dal verificarsi dell'evento.Quando il Consiglio ritenga di disporre censimento generale sulle situazioni di incompatibilità. In questo caso la dichiarazione dovrà essere resa da tutti i magistrati in servizio anche per situazioni negative nel termine indicato nella relativa delibera. La compilazione della dichiarazione ed il suo inoltro comporta per il magistrato attestazione di veridicità delle informazioni fornite e della situazione dichiarata. La omessa compilazione della dichiarazione nel momento nel quale è richiesta ( come sopra specificato) integra condotta di rilievo disciplinare.Modalità di redazione della dichiarazioneLa situazione del magistrato ai fini della incompatibilità sarà visualizzabile e modificabile dalla sezione relativa ai "dati personali" (da parte del magistrato) o dalla sezione relativa ai "servizi riservati agli uffici giudiziari (nel caso sia l'ufficio ad accedere ai dati) presente sul sito intranet del CSM.La dichiarazione dovrà essere effettuata sul modulo informatico - fermo restando l'onere di dichiarazione (con le forme previste dalle relative domande) in occasione delle domande per assegnazione di sede, trasferimento, tramutamento o conferimento incarichi direttivi - nei casi di cui all'art. 45 lett. e) ed f) e 46 della Circolare. In particolare quindi: nel momento della presa di possesso nell' ufficio e di destinazione tabellare in esito alle procedure di assegnazione o trasferimento richiamate dalla lettera a) alla lettera d) dell'art. 45 della circolare; nel momento in cui si debba segnalare una nuova situazione rilevante sopravvenuta ovvero mutamenti di quella denunciata; nel momento in cui si debba rispondere a censimento generale bandito dal CSM.Doveri dei Dirigenti degli uffici e relative attività degli stessi e del Consiglio Giudiziario in tema di situazioni di incompatibilità -I dirigenti degli uffici hanno un generale obbligo di vigilanza sulle situazioni di incompatibilità interessanti gli uffici stessi ed hanno il correlativo obbligo di segnalazione al CSM di ogni situazione potenzialmente rilevante.Si rammenta inoltre che, secondo la vigente circolare sulla formazione delle tabelle di organizzazione degli uffici giudiziari 2002 - 2003 al punto 48, "L'assegnazione dei magistrati va effettuata avendo riguardo alle incompatibilità disciplinate dagli artt. 18 e 19 O.G. e precisando, conseguentemente, i settori nei quali è necessario non destinarli". A seguito della dichiarazione su modulo informatico, il capo dell'ufficio, attraverso la sezione "servizi riservati agli uffici giudiziari, selezionerà il pulsante relativo alle "dichiarazioni di incompatibilità" e visualizzerà l'elenco di tutti i magistrati appartenenti all'ufficio con le seguenti informazioni a lato:1. data di inserimento dichiarazione art. 182. presenza di incompatibilità (si/no)3. data presa visione del capo dell'ufficio4. relazione del capo dell'ufficio5. * data presa visione del Consiglio Giudiziario6. * relazione del Consiglio Giudiziario7. data di inserimento dichiarazione art. 198. presenza di incompatibilità (si/no)9. data presa visione del capo dell'ufficio10. relazione del capo dell'ufficio11. * data presa visione del Consiglio Giudiziario12. * relazione del Consiglio GiudiziarioLe voci contrassegnate con asterisco (*) saranno visibili solo al Consiglio Giudiziario.La procedura che il capo dell'ufficio (o il Consiglio Giudiziario) dovrà seguire è la seguente:Nel caso in cui il magistrato non dichiari alcuna incompatibilità (voci 2,8) ed il capo dell'ufficio non abbia osservazioni da comunicare, quest'ultimo dovrà pigiare sul pulsante presente nel campo 'presa visione' (voci 3,9); in tal modo attesterà la presa visione del documento e verrà impostata in automatico la data in cui è stata eseguita l'operazione. La dichiarazione verrà acquisita automaticamente dal CSM per le valutazioni del caso.Se la dichiarazione è positiva, relativamente a situazione rilevante ex art 18 O.G. o situazioni analoghe, il capo dell'Ufficio verifica se l'attività dell'avvocato legato da vincolo parentale al magistrato sia dichiarata come interessante la stessa sede giudiziaria. In caso negativo provvederà come al punto che precede. In caso affermativo provvederà come al punto che segue.Se la dichiarazione riguarda presenze di magistrati parenti presso lo stesso ufficio o presso uffici della stessa sede coi connotati di cui all'art. 42 della Circolare ovvero rapporti con esercenti la professione legale nei termini di cui al punto che precede, il Capo dell' Ufficio Giudiziario deve inserire nello spazio a ciò riservato una sua relazione con indicazione di specifici elementi di fatto a lui noti ed utili per la valutazione. Ove necessario provvederà a dare conto di risultanze di controlli interni da lui disposti (es. certificazioni di cancellerie).Egli dovrà anche indicare se abbia dovuto ricorrere ad accorgimenti organizzativi, in deroga a quelli ordinari, per impedire il verificarsi di situazioni di incompatibilità. Il capo dell'ufficio dovrà selezionare il collegamento relativo alla relazione (voci 4,10) e successivamente individuare, nel proprio computer, la relazione da abbinare al magistrato."Le dette operazioni dovranno essere svolte dal dirigente dell' ufficio entro giorni sessanta decorrenti dal momento della presentazione della dichiarazione.A seguito di tali operazioni il Consiglio Giudiziario sarà abilitato a visualizzare la relazione inserita dal capo dell'ufficio (voci 4,10) ed ad inserire una propria relazione (voci 6,12).Il Consiglio Giudiziario dovrà formulare, entro giorni novanta dall'inserimento della relazione da parte del capo dell'ufficio, un parere sulle situazioni dichiarate."La sua valutazione avverrà sulla base degli elementi suddetti e potrà unicamente richiedere chiarimenti al magistrato ( o ai magistrati) interessati ed al capo dell'ufficio.Attività della Commissione e deliberazioni del Consiglio sulle situazioni di incompatibilità di sedeA seguito della acquisizione della dichiarazione unitamente alla relazione del dirigente ed al parere del Consiglio Giudiziario la competente Commissione del CSM svolge una preliminare delibazione della situazione dichiarata ed all'esito può proporre al plenum la immediata archiviazione.In caso contrario può: Disporre accertamenti: informazioni al Consiglio dell'Ordine (nel caso di procedura riguardante rapporti di parentela con avvocati), informazioni ai capi degli Uffici, acquisizione di documentazione, audizioni; Introdurre una interlocuzione preliminare col magistrato interessato o col capo dell'ufficio:questa interlocuzione può essere scritta od orale ed ha lo scopo di acquisire più precisi elementi favorendo, col contatto diretto, non solo una migliore conoscenza delle situazioni ma anche, ove possibile, la soluzione delle questioni senza rendere necessario il ricorso all'atto formale della apertura della procedura.Svolta questa attività, ove non ritenga di proporre la archiviazione, la Commissione delibera l'apertura della procedura, spedendo avviso al magistrato contenente l'indicazione degli elementi che si ritengono idonei a profilare una concreta situazione di incompatibilità (o a non concedere la deroga ex art. 19 O.G.) con l' avvertimento che potrà essere sentito con l'eventuale assistenza di altro magistrato e fissa la data della audizione;In esito alla audizione la Commissione, ove non ritenga di svolgere ulteriori accertamenti, darà avviso del deposito degli atti al magistrato ed all'eventuale assistente nominato, con facoltà di ottenere copia di atti e presentare controdeduzioni scritte entro un termine non superiore a giorni 20 decorrenti dalla data di ricezione dell'avviso di deposito;Scaduto il termine la Commissione formula la sua proposta All'assemblea Plenaria e, se la stessa è di trasferimento d'ufficio, viene dato avviso al magistrato della data fissata per la seduta del Consiglio con facoltà di essere sentito o di inviare memoria scritta.Nel caso la procedura riguardi magistrati con riferimento a situazioni rilevanti ex art. 19 O.G. ed analoghe ed alcuno di essi abbia presentato preventiva domanda di trasferimento, la procedura riguarderà colui che per ultimo ha raggiunto la sede o l'ufficio o, in caso di presa di possesso in pari data, il magistrato con minore anzianità di ruolo: nel caso di coniugi o stabili conviventi si avrà anche riferimento alle esigenze del nucleo famigliare. Il Consiglio adotta la sua motivata delibera.Sospensione della procedura di trasferimento.La procedura di trasferimento può essere sospesa: se il magistrato interessato, a seguito della apertura della procedura, ha chiesto il trasferimento ad altra sede o ad altro ufficio. In questo caso la Commissione competente può sospendere la procedura sino alla decisione sulla domanda e proporre la archiviazione al momento della deliberazione dell'Assemblea Plenaria sul trasferimento. In caso contrario la procedura riprenderà il suo corso; se il prossimo congiunto esercente la professione forense ha comunicato la volontà di trasferire presso altra sede giudiziaria la sua principale attività professionale. Questo dato non è di per sé sufficiente a far venir meno la situazione di incompatibilità, essendo necessario che risulti in modo certo che di fatto sono venuti meno i presupposti di cui alla prima ed alla seconda parte dell'art. 18 O.G.. La Commissione potrà svolgere accertamenti sul punto e, ove ritenga il venir meno della incompatibilità, chiederà l'archiviazione. Il capo dell'ufficio provvederà ad eseguire verifiche sulla permanenza della situazione di fatto che ha determinato il venir meno della incompatibilità e, ove risulti che la stessa non è conforme a quanto ritenuto o comunque modificata senza che il magistrato l'abbia segnalata, assumerà le conseguenti determinazioni e comunicherà il fatto al CSM ed ai titolari della azione disciplinare." />
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05 Dicembre 2003

(Consiglio superiore della magistratura, Circolare in materia di incompatibilità di sede, Pratica n. 3627/IC/2002 - Relazione, Roma 4 dicembre 2003)

Consiglio superiore della magistratura Circolare in materia di incompatibilità di sede Pratica n. 3627/IC/2002 - Relazione (4 dicembre 2003) Premessa La materia delle incompatibilità di sede dei magistrati per ragioni parentali è disciplinata da specifiche...

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