". 3.1. Il motivo resta a questo punto assorbito, atteso che il consolidarsi della prima ratio decidendi per effetto della sorte del primo motivo, ne rende inutile lo scrutinio. 3.2. Esso sarebbe privo di fondamento in tutte e due le censure. 3.2.1. La prima censura postula che il Tribunale abbia erroneamente evocato l’art. 2643 n. 9 cod. civ., perché la fattispecie della cessione di canoni d’affitto d’azienda non sarebbe compresa nell’ambito di applicazione della disposizione. Il Collegio, ritenendo utile, in mancanza di precedenti, provvedere ai sensi dell’art. 363, terzo comma, cod. civ., reputa che la censura sia priva di fondamento e fornisca l’occasione per enunciare il seguente principio di diritto: "L’art. 2643 n. 9 cod. civ., là dove dispone che sono soggetti all’onere della trascrizione gli atti e le sentenze da cui risulta liberazione o cessione di pigioni o di fitti non ancora scaduti, per un termine maggiore di tre anni, si riferisce anche ai corrispettivi per l’affitto di un’azienda, fra i cui beni sia compreso un immobile, in quanto la figura dell’affitto di azienda, di cui all’art. 2562 cod. civ. è riconducibile a quella fattispecie di locazione indicata dall’art. 1615 cod. civ. con l’espressione gestione e godimento della cosa produttiva e, pertanto, la nozione di fitto, di cui al detto n. 9 è idonea a comprendere anche il corrispettivo dell’affitto di azienda". Il collegamento con l’art. 1615 rende non solo possibile tale esegesi senza che si possa dire che in tal modo si estende una norma, certamente speciale, analogicamente. Si tratta invece solo di interpretazione sistematica e nemmeno, a ben vedere, estensiva. 3.2.2. Riguardo alla seconda censura, per completezza, si osserva che essa appare dedotta inammissibilmente, là dove, pur ammessa l’applicabilità dell’art. 2643 n. 9, sostiene che la cessione di cu trattasi si sarebbe dovuta collocare, piuttosto che sotto il primo inciso dell’art. 2918 cod. civ. (secondo cui: "Le cessioni e le liberazioni di pigioni e di fitti non ancora scaduti per un periodo eccedente i tre anni non hanno effetto in pregiudizio del creditore pignorante e dei creditori che intervengono nell’esecuzione (498 c.p.c. ss.), se non sono trascritte anteriormente al pignoramento") sotto quello del secondo inciso, secondo cui: ("Le cessioni e le liberazioni per un tempo inferiore ai tre anni e le cessioni e le liberazioni superiori ai tre anni non trascritte non hanno effetto, se non hanno data certa (2704) anteriore al pignoramento e, in ogni caso, non oltre il termine di un anno dalla data del pignoramento"). Infatti, in disparte la carenza di qualsiasi attività argomentativa del come e del perché la fattispecie di cessione di cui trattasi fosse riconducibile al secondo inciso, piuttosto che al primo e ciò anche a voler rilevare che, quanto alla data certa, potesse far fede il timbro postale apposto sulla busta contenente la notificazione della cessione (circostanza storica cui si allude a pagina 2 del ricorso), si rileva che non si riproduce nell’illustrazione del motivo la parte dell’atto di cessione da cui si dovrebbe evincere che trattavasi di cessione di corrispettivi non ancora scaduti infratriennali. Il motivo viola in conseguenza l’art. 366 n. 6 cod. proc. civ., in quanto omette sia di riprodurre direttamente trascrivendone la parte rilevante, il contenuto dell’atto di cessione del credito pignorato, sia di riprodurre detto contenuto indirettamente, indicando la parte di esso in cui l’indiretta riproduzione troverebbe riscontro. In tal modo, essendo stato adempiuto l’onere di cui a detta norma solo per la localizzazione dell’atto di cessione (che, nell’esposizione del fatto, è indicato come doc. n. 6 del fascicolo di primo grado, a pag. 3 del ricorso, con successiva indicazione in chiusura del ricorso della produzione del detto fascicolo) e non anche sotto il profilo della riproduzione diretta od indiretta del contenuto dell’atto, risulta violato l’onere di indicazione specifica di cui alla citata norma, che esigeva anche detta riproduzione (Cass., Sez. Un. n. 23019 del 2007; Cass. (ord.) n. 22303 del 2008; (ord.) n. 15628 del 2009; (ord.) n. 7455 del 2013; Cass. n. 26174 del 2014; ex multis). In mancanza di essa, la Corte dovrebbe procedere alla lettura dell’atto di cessione individuando essa di sua iniziativa che cosa potrebbe sorreggere o non sorreggere il motivo, con indebita esenzione della ricorrente dall’onere di articolazione dal motivo di ricorso in modo specifico e chiaro (Cass., Sez. Un. n. 8077 del 2012). Tanto è dirimente anche a non voler tener conto che la parte resistente a pagina 14 del controricorso ebbe a sostenere che la cessione fosse quinquennale e tale deduzione non risulta in alcun modo replicata nella memoria dai ricorrenti. 4. Il ricorso è conclusivamente dichiarato inammissibile. 5. Le spese del giudizio di cassazione seguono la soccombenza e sì liquidano in dispositivo ai sensi del d.m. n. 55 del 2014. Ai sensi dell’art. 13 comma 1-quater del d.P.R. n. 115 del 2002, si deve dare atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1-bis del citato art. 13. P.Q.M. La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna i ricorrenti alla rifusione al resistente delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in Euro cinquemilaseicento, oltre duecento per esborsi, le spese generali al 15% e gli accessori come per legge. Ai sensi dell’art. 13 comma 1-quater del d.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1-bis del citato art. 13." />
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